La festa

In questi giorni un nugolo di diciannovenni o giù di lì sta uscendo da Licei Istituti Tecnici Istituti Professionali per andare verso qualcosa: studio, un’ipotesi di lavoro -futuro, ad ogni modo. È la nostra investing review, ci sarebbe da far loro festa, coi discorsi dei Sindaci. Festa. Non LA festa.

piccole cose sacre (continuando un discorso con Roberto Cescon)

Mi è successo di scriverci sopra qualche pagina, tanto tempo fa (davvero tanto tempo fa): tutte le volte che provo a raccontare il mio lavoro, le parole mi suonano immediatamente ben misera cosa, rispetto all’esperienza.   Capita con amici (e conoscenti e non conoscenti) che fanno altri lavori, e questo, in fondo, può essere. Capita anche, però, quando scrivo quello che faccio in relazioni, progettazioni, programmazioni e rendicontazioni delle cose scolastiche ad uso di lettori, per così dire, esperti, come sono allievi e colleghi. Provvisoriamente, in proposito penso questo: durante la giornata di scuola capita a noi docenti di essere talora catalizzatori, talora promotori, talora testimoni, talaltra ostacoli ad un processo, silenzioso, misterioso e necessario, di trasformazione: dei nostri allievi. E nostra. (Ed è forse questo che spiega la contemporanea esperienza di vuoto e di pieno che si prova alla conclusione di una giornata di lezioni -si è dato tutto, e che cosa sia di questo tutto, chi lo sa davvero). Dentro contenitori austeri anche nella loro versione più elegante (o se si preferisce: dotati di una fascinosa austerità anche se scalcinatissimi), dentro spazi che simbolicamente si comprendono a colpo d’occhio davvero da Aosta a Lampedusa (e oltre), dentro l’alternanza di momenti gioiosi e di distese di noia: lì dentro, dico (provvisoriamente, di nuovo, per quel che ne ho capito per ora con le mie piccole forze) si svolge un rito. Un rito, appunto, di trasformazione, che prescinde da tutto l’apparato materiale e si sostanzia invece dei robusti fondamenti simbolici (spazi, ruoli, tempi) e che, come tutti i riti, fonda una comunità. La scuola, insomma, è un luogo dotato di sacralità. Una sacralità antropologica, connettiva, il cui più chiaro segno è proprio il fatto che -come tutte le cose sacre e misteriose, come tutti i riti fondativi- essa risulti, in ultima analisi, non raccontabile.

E’una sacralità del quotidiano, una liturgia di piccole cose, anzi, la liturgia delle piccole cose sacre, come dice benissimo, in un testo cui questo mio vuole collegarsi, Roberto Cescon qui. Una sacralità di quelle che forniscono un tessuto connettivo ad una comunità -preziosa, specie di questi tempi, nei quali i fili che tessano, appunto, tra senso e nonsenso quotidiano, il vivere sociale, sono fragili.

Ed è per questo che, qualunque ne sia la causa (criminalità, follia, gelosia, megalomania, vendetta, terrorismo o altro ancora: una causa che, sia beninteso, è dovere trovare), quanto è avvenuto ieri a Brindisi  ha il segno, scandaloso, della profanazione. Nel pieno senso del termine.

Dopo le profanazioni, dopo lo sbigottimento, il sacro necessita di cura, i luoghi vanno riconsacrati, secondo i riti. Domani -pertanto- torneremo a scuola, ciascuno nella sua -fatta della stessa pasta di questa– a compiere un piccolo prodigio quotidiano, a riconsacrare il rito della piccola paziente cura delle piccole pazienti cose, in attesa (un po’ catalizzatori, un po’ testimoni, un po’ ostacoli, com’è umano che sia) delle mirabili trasformazioni. Che solo così, a partire da piccole aule quotidiane, avvengono.

Odisseo, il primo della classe, il sorriso del Cheshire

Cosa succede, dopo che hai imparato qualcosa?

Cosa ti succede, per essere più precisi.

Molto spesso, ti viene voglia di insegnare.

E tra ieri e oggi ho visto in televisione alcune persone, di grande spicco istituzionale, che volevano insegnare qualcosa. Non a me in particolare, agli Italiani in generale.

Bello, ho pensato.

Ma con i loro volti tirati e curati, i loro volti tirati e curati che erano anche sorridenti (ma il sorriso era quello di un gattone del Cheshire un po’ più cinico di quello del cartone animato) quello che insegnavano -mi è parso- lo hanno collocato dentro una cornice narrativa che mica tanto mi ha convinto. E che mi ha fatto dispiacere, per un ricordo personale.

La cornice, era l’insegnamento di Odisseo, dopo che è uscito dalla caverna del Ciclope. L’ha scampata bella, e per scamparla c’è voluta, eccome, la sua intelligenza. E che ti va a fare? Si mette a prendere in giro il Ciclope, mette il suo copyright sull’inganno, e vince due premi in cambio: l’ira di Poseidone -questo lo sappiamo tutti-, ed anche la disfatta per tutti gli altri suoi compagni di viaggio.

Eh sì. A lui potrà andare di male in malissimo, di qui in avanti, ma Odisseo è Odisseo, suvvia, è razza padrona come si dice oggi, sta nei patti narrativi che dietro il più malissimo del malissimo dopo ci sarà un finale scoppiettante. Ma gli altri? I suoi compagni, le pagheranno, le sbruffonate del primo della classe.  Avesse fatto tutto lui, poi. Ma a scheggiare il palo, ad affumicarlo, a tenere a bada il Ciclope, a correre il rischio di farsi mangiare (e ad essere mangiati ogni tanto), chi ci ha pensato? Mica il primo della classe da solo, eh. Da solo era ancora nella caverna, anzi. Prima o poi Polifemo se lo mangiava.

Ed ora il ricordo personale. Sono sempre stato, nella mia carriera scolastica, il fottutissimo-primo-della-classe (non mi è servito a granché). E come i/le portatori/portatrici di carica istituzionale e di sorriso del Cheshire, ho sogghignato una volta sul fatto che io avessi capito una spiegazione della mia maestra, i miei compagni no. Ho sogghignato e ho pensato: cari compagni di classe, dovete imparare che…

…ma non ho finito il pensiero. La mia maestra, con la ferma gentilezza dei maestri che guardano tutta la classe (ricordatevelo, cari sodali primi della classe: per quanti fichi noi siamo, il maestro la maestra il prof la prof vede tutta, tutta la classe), ha detto le parole che mi sono venute in mente ieri e oggi (visto, Maestra Conforti, che ho imparato? grazie!):

“Bravo. Allora, adesso, spiegala bene tu, la lezione, e fai in modo che tutti la  sappiano bene”.

Ecco, appunto.

 

 

 

 

Il sottoscala

Una cosa, dicevo ieri ai miei allievi di terza Liceo, Zeno Cosini non vuole che gli si dica, una cosa che capiscono bene sua cognata Ada, il dottor S. ed anche, ovviamente, Zeno stesso,
quando si chiede se lui sia buono o cattivo (salvo che, poi, dalla domanda riesce a scantonare). Zeno non vuole che gli si dica che dentro di lui sta pure l’odio, altro che storie. Ma lui nega, fosse riuscito a non farlo, sarebbe guarito (la guarigione alla vita, qualunque cosa sia, ha a che fare col dare uno sguardo al proprio sottoscala). E insomma, mi dico, dove sta il mio, di sottoscala, il nostro, della benedetta societa’ civile, guardato il quale si possa ripartire, senza continuare a raccontarsi favole? Siamo ancora un Paese le cui squadre di calcio disdegnano l’Europa League, o Champions o niente, per dire, le favole appunto.

approssimarsi

Quest’anno mi trovo a insegnare in due classi parallele, due terze Liceo del Classico, quaranta creature piene di voglia, idee, passioni e intelligenza avviate con trepidazioni classiche e perplessità nuove verso l’esame di Stato e quel che ne verrà poi. Se leggete l’elenco degli argomenti da proporre alle due classi, nei documenti di programmazione, potrete naturalmente pensare che si tratti delle stesse cose. Ma le vicende reali non sono così, in ognuna delle classi c’è un’intenzione, un’attenzione, una condivisione che orientano tutta la grammatica dell’ora di lezione in maniera assolutamente peculiare, mettono alla luce snodi, risvolti, connessioni tutte proprie. Come mai accada, ce l’hanno spiegato meglio i costruttivisti, che i cognitivisti: i nessi si che creano tra le persone, in un contesto di apprendimento situato, strutturano impalcature di senso specifiche, producono -detto in altri termini- delle cornici narrative con la loro propria tonalità, e le cornici rafforzano vieppiù la nota di specificità. Ed insomma, si tratta di storie di scuola totalmente diverse: volte a che cosa, si potrebbe chiedere? Mi convinco, diventando vecchio, che siano volte non già a dare la dimostrazione (autoassolutoria rispetto ad ogni manchevolezza) che gli argomenti non si stringono, né si stringerannno mai del tutto; piuttosto, invece, a dare luce sempre nuova alle vie infinite dell’approssimazione: che non è, etimologicamente, confusione o genericità, ma (appunto) ad-prossimarsi, farsi sempre più asintoticamente vicini a ciò che riconosciamo come prossimo. E nelle sue variabilissime e variatissime vie, l’inevitabile cammino dell’approssimazione -che è fatto di tutti i passi per conquistare maggiore vicinanza- mette più in chiaro, per contrasto, lo spazio inviolabile nel quale ciò cui ci avviciniamo diventa (non saprei dire diversamente) mistero: luogo degno di rispetto, pieno di senso proprio nel suo mobilitare il nostro avvicinarci e nel suo renderci certi di una sostanziale inattingibilità. Farle, viverle, capirle insieme, in un’aula scolastica, permette anche di sopportarle, queste cose, di caricarsele sulle spalle e farle diventare qualcosa. Like ·

per quello che può servire

Per quello che può servire, io ho capito bene cos’è successo sabato a Roma, e soprattutto per chi è accaduto quello che è accaduto.
A Roma quella che è andata in scena -o in onda? perché l’impianto narrativo è stato vigorosamente improntato ai canovacci della televisione, di quella vecchia, generalista però (e a quelli del giornalismo stampato che le è complementare)- è stata una gattopardata. I tenaci e coerenti perseguitori dello status quo, quelli che vogliono che nulla cambi davvero (e stanno a tutte le latitudini politiche, segnalati più dalla cornice della loro retorica che dalla dirimente valenza delle loro idee) hanno agito perchè nulla cambi davvero, e hanno mandato il loro segnale. Ma non a quelli come me, che cose ne hanno viste. No: i veri destinatari sono i giovani, soprattutto i più giovani, quelli che, nel pur confuso pastone dell’indignazione, hanno cominciato ad intuire una strada per partecipare. La facile equazione che sottostà alla massa d’interpretazioni del dopo, che semplifica e butta tutto in un unico calderone, li tiene lontani -ancora una volta- dalla partecipazione politica ( e sto leggendo in rete un sacco di commenti di 18-20enni, di questo tenore).
Che dire allora: non state all’apparenza, non state alla dietrologia, studiate (tanto tanto tanto), imparate a coltivare il senso della differenza.

Pordenone che quest’anno ha letto

I cinque giorni di pordenonelegge.it sono passati, tramite loro si è pure trascolorata in autunno l’estate tardiva, si sono cominciati i primi bilanci snocciolando i passaggi usuali -presenze, meteo, file.

A me sembra che la manifestazione, quest’anno, abbia messo in evidenza questo: Pordenone. Che legge (e lo si vede: città di dimensioni  simili, con un egual numerdo di librerie attive, non ce n’è tante in giro per il Nord Italia), certo, ma che, soprattutto, si prende cura di sé attraverso il suo Festival. C’è un tessuto diffuso di persone che si prendono in carico un segmento dell’iniziativa (un incontro, un’accoglienza, l’accompagnamento di un ospite), un tessuto intergenerazionale (la cui più lampante evidenza è rappresentata dagli “Angeli”, la Pordenone giovane che intreccia le trame del funzionamento degli appuntamenti; aggiungo: giovani che accolgono col sorriso piccole, medie e grandi intemperanze, quando capitano)  che si attiva e viene attivato dal Festival. Un indizio forte di questo lo si percepiva muovendosi tra gli incontri del mattino, tra mercoledì e venerdì: non solo affollati (per quello, in fondo, ci vorrebbe poco) ma animati, vissuti, partecipati dagli studenti -dai cucciolini negli Spazi Munari e Rodari, ai cuccioloni al San Francesco. E basta che chiediate riscontro a chi c’era, per avere il tono di presenze non puramente numeriche.

C’è la Pordenone che legge, la Pordenone che ha letto molto, la Pordenone che leggerà, insomma, in una tramatura fitta per cui leggere è Pordenone, e Pordenone è leggere -e di Festival letterari altrove ne ho visti parecchi, e di belli, ma questa cosa qui trova qui un elemento specifico, la manifestazione di cosa sia davvero “territorio” (una condizione storico-geografica nella quale vengono messe a fuoco e vissute, partecipate, questioni globali).

Una tramatura fitta di relazioni che tiene unita la ciità nei luoghi di raccordo -gli sguardi complici tra quanti attraversavano i Corsi, opiazxza XX settembre- e che comincia a farsi strada in quello che è facile immaginare, in futuro, sarà l’ulteriore elemento di relazione “calda”: la narrazione, la partecipazione, la condivisione del vissuto tramite la Rete (l’hashtag #pordenonelegge su Twitter, ad esempio), a dare sempre più intensità (e speranza: perché di qui viene sapere, cultura e dunque, e pertanto, e per forza -altro che carmina che non dant panem- lavoro e ricchezza) al capitale civico che i cinque giorni che avviano l’anno, che ritessono la città, portano con sé.

C. e la cura

Ho conosciuto C. al mio ultimo anno di corso all’Università: sono passati ventitré anni, dunque. Frequentava anche lui le lezioni del geniale e burbero Pier Franco Beatrice, col quale stavo preparando la tesi, e lo vedevo spesso nello scricchiolante stabile che ospitava il Dipartimento di Storia Medievale. Non eravamo in tanti (né alle burbere e geniali lezioni, né nel periclitante Dipartimento): insomma, facemmo conoscenza molto presto. Del resto, C. possedeva una caratteristica che attirava tutti quelli che gironzolavano da quelle parti: aveva un bel po’ di anni più di noi, gli studenti “regolari”. -Ho passato i quaranta- ci disse dopo una lezione, mentre stavamo commentandoi ragionamenti di Beatrice concernenti quosdam Platonicorum libros. Ed era pure di Pordenone, appresi subito dopo; anzi, viveva abbastanza vicino a casa dei miei.

Quell’anno C. venne a qualche lezione ancora; con regolarità, ogni settimana passava in Dipartimento a colloquiare col docente che gli aveva concesso la tesi. Dai brandelli di conversazione degli incontri fatti tra aule e biblioteche appresi che gli mancava un paio di esami per il completamento del libretto, e che aveva ripreso gli studi dopo un intervallo di parecchi anni. Da altri, e successivi, frammenti di discorso emersero schegge di storia sua: l’Università di fine anni Sessanta, l’impegno politico, una piega più personale di eventi successiva, cui si connetteva la lungaggine negli studi, che lo aveva portato ad assumere quell’aria di mitezza totalmente disinteressata che colpiva chiunque, a guardarlo, e che faceva ipotizzare una qualche forma di sua adesione monastica (il che non era: era vera, invece, come mi disse dopo che le conversazioni furono molte, una sua convinta vita di fede religiosa). C. veniva da un mondo adulto, da un mondo di scelte comunque fatte, di prezzi comunque pagati, ed era più indietro di me con gli esami. Non pensavo di potere avere con lui conversazioni più lunghe di quelle brevi che facevamo (i nostri mondi erano diversi, lo intuivo), ma quegli spicchi di parole erano sempre una sorpresa.

Negli anni a venire, ci siamo incrociati per le vie della nostra città: aggiornati -a schegge e frammenti, com’è ovvio- sulle  rispettive vicende. Lui, con un po’ di tempo, è arrivato a laurearsi, a cominciare da precario la vita dell’insegnante, poi la vita gli ha riservato una malattia tignosa, che si mangia la memoria delle parole e dei gesti. Me ne ha parlato, la prima volta che l’ho visto dopo che lei (la malattia) gli si è presentata, e, mite come sempre, mi ha detto determinato che non aveva nessuna intenzione di dargliela vinta, se lo doveva (aggiunse): -Devo tirare fuori il meglio, anche se quello che ho è poco. lo devo alla cura per l’umanità che porto in me -aggiungeva. Dopo di allora, ci siamo incontrati qualche altra volta; la malattia insiste, ma lui tiene duro, e quando ci salutiamo e compita il mio nome e quello dei miei figli, il sorriso di soddisfazione per la prova di memoria, che C. sfodera, mi riempie la giornata.

Stamane sono andato a pranzo dai miei genitori, ed ho incrociato C.  Era in scarpette da ginnastica, maglietta, e pantaloni della tuta. E correva. Correva tutto contenuto, contratto nei gesti, tirato a scatti verso il suolo dalla sua malattia, ma, inequivocabilmente correva, e sorrideva. -Continuo a prendermi cura, a tirare fuori il meglio, anche se è poco- mi ha detto, tutto sudato.

Hai ragione, C.

una visita a Montecitorio

Per circostanze tutte private, ho avuto la possibilità, nei giorni scorsi, di  visitare la Camera dei Deputati e di vedere uno spicchio di vita di uno dei suoi componenti. C’ero già stato, un sacco di tempo e di possibilità di vita alternative fa, ed il fatto di essere a Roma con i piccoli ha riannodato in me dimensioni plurime di tempo (quello che sono, quello che sono stato, quello che avrei potuto essere, quello che, di ciò che sono, sono sono stati e saranno i miei cucciolotti): ma vorrei dire di altro.

Ho visto come lavora l’Onorevole che ci ha accompagnati. Non starò a specificare chi sia, che faccia, in che parte si riconosca: basti dire che è una delle reali “promesse” della politica italiana, che è giovane, che ha un curriculum di studi e di esperienze notevoli, che ha una bella dimensione di quotidianità familiare, che, insomma è uno dei nerd in cui -al di là delle parti- mi ritrovo, per quello che vuol dire. Ma neanche questo è il punto.

Il punto è che ho visto quello che fa lui, e che fanno parecchi come lui: molti di più di quel che si può pensare.

Va alle sedute, e si prepara.

Fa parte di una commissione, e si prepara.

Fa parte di un gruppo parlamentare, e partecipa alle riunioni.

Viene da un territorio, e vi mantiene le relazioni.

Viene da un’esperienza professionale, e come sopra.

Eccetera eccetera, ma la faccio breve. E’ un lavoro: per il tempo che è dato di farlo (quello del mandato parlamentare), un lavoro che richiede molto tempo e  molta dedizione. Un lavoro impegnativo, e -ma serve dirlo?- di responsabilità. Di somma responsabilità, aggiungerei (magari, questo, serve dirlo).

Ora. Che una persona cui si richiede dedizione, impegno, studio, equanimità, somma (sottolineo ancora: somma) responsabilità, venga retribuita molto bene, è una cosa che mi sta benissimo. Si pagano così i dirigenti importanti (ma non i superdirigenti, quelli sono retribuiti molto meglio) delle aziende. Non è lì il punto.

Il punto, girando per il Transatlantico, mi son detto sta da altre parti.

Il punto sta nel fatto che quello che lui fa, e gli altri come lui fanno, ha il dovere di essere totalmente trasparente: e non bastano gli aggiornamenti puntuali dei siti della Camera e del Senato, la leggibilità di ogni azione va (come qualcuno di quanti stan lì ha capito, cominciando a trafficare coi socialcosi) continuamente praticata, disseminata, condivisa (e naturalmente, per reciprocità, perchè sennò non funziona, vissuta anche da chi la esige, e non può prendersene solo alcuni pezzi, ignorando i contesti -e questo, devo dire, aprendo ulteriore inciso, mi sta portando a rivedere un po’ delle mie idee sul ruolo dei partiti politici, che c’è, altro se c’è, se pur è vero che le loro forme hanno l’esigenza di mutare). E, mi sia consentito, per realizzare questo, assume una certa importanza il fatto che il parlamentare sia rappresentativo di un territorio, rispetto al quale metta la sua storia, la sua faccia, i suoi rapporti,  il suo ruolo: a me, questa considerazione, fa escludere qualcunque forma elettorale che non consenta di sapere chi si vota.

Il punto, ancora, sta nel fatto che quello che lui è e fa deve essere contendibile, e torniamo insomma allla cosa di cui sopra: sistemi elettorali che consentano, a chi vuole, può, ha tempo e capacità, di mettersi a disposizione (perchè di questo si tratta).

Il punto, ancora, sta nel fatto che vedendo lì, in quel luogo, la somma delle puntiformi e convergenti richieste e aspettative che vi confluiscono, si capisce come chiunque stia lì (anche se viene da un posto e da una storia, anzi: proprio proprio perché viene da un posto e da una storia), deve starci per fare gli interessi di tutti, che sono una roba diversa dagli intaressi ristretti di meneghelliana memoria.Voglio dire, gironzolando per la Camera si ha (io l’ho avuta) la sensazione fisica della incongruità di qualunque forma di parcellizzazione, settorializzazione, villarealizzazione della res publica: ci vuole un posto, un centro, che tenga insieme l’intero, che ne consenta un punto di focalizzazione.

Un posto luogo centro davanti al quale sta, tra altre notevoli che lo circondano, una bellissima e rigorosa libreria tedesca. Mi è parso un segno: non tutto, mi son detto annusando collane di patristica, è perduto.

sole e narrazioni

Nel mio cauto approccio al primo sole della mia stagione, ieri, -mentre i miei piccoli ritrovavano curiosi (e abbronzati da giorni e giorni di piscina) il mare-, ho ripreso la
lettura del bell’articolo di Giuseppe Granieri ispirato da un denso testo di Sergio Maistrello. Cambiano le tecniche di lettura, ma (quello che Granieri e Maistrello giustamente dicono) è che il punto sta nella curiosità del lettore e, soprattutto, nella sua volontà di farsi protagonista non solo dell’atto della fruizione, ma di un universo di possibilità e di condivisioni sociali che la lettura con i nuovi mezzi implica. Una co-lettura, insomma, che parte dalla lettura di un testo e arriva a quella del mondo; un atto di fiducia in sé e negli altri, in quello che si costruisce insieme.

Intanto, mentre il sole s’alzava ed io assecondavo l’area coperta dall’ombrellone, sono passato alla lettura dei giornali: cartacea, da spiaggia imbiancata dai sassi e dal sole.
La faccia di Tremonti e la manovra economica, insomma, e la faccia assente, quella  del Presidente del Consiglio, a marcare (per chi non lo avesse ancora saputo) l’idea che nell’universo semiotico berlusconiano non ci sia campo per leggere e narrare certe notizie, nella mesmerica convinzione che farle narrare ad altri sia delegarne la responsabilità (re-spon-sa-bi-li-tà, la parola tabù). Davvero, una povera narrazione questa, falsa perché è la narrazione che vuole essere epica e riesce grottesca, è la narrazione che non si fa, perché non vuole nemmeno provarci, testo-mondo -pensavo.

Ed intanto, mentre il mio intrepido esploratore portava sassi levigati, bianchissimi o nerissimi, sul telefonino mi son messo a leggere cose delle mie parti, e una dietro
l’altra, in dichiazioni politiche e commenti di anchorman, ho trovato narrazioni nostalgiche dell’epica protoleghista: la sicurezza minata, i forconi della protesta, in una dimensione sempre più concentrica, di risoluta selezione dei confini del mondo, di ostinata attenzione al passato bucolicamente riscritto, di delimitazione del dicibile e, per conseguenza, di delimitazione di sé. Non è nemmeno la nostalgia delle favole, quelle erano testi-mondo (cattiveria, malattia, dolore, prove da affrontare, mica son cose che le favole nascondono), è la nostalgia dei una propria dimensione di fuga dal presente e dal futuro.

Ma io? La mia narrazione diversa, più conscia? La domanda mi ha accompagnato mentre siamo risaliti a pranzo, mentre aggiungevo di nascosto la ricotta salata al sugo di pomodori, ché mia figlia non mi vedesse (e poi ne ha voluta ancora, di pasta, e alla fine quella ricotta -dopo al rivelazione del trucchetto- se l’è pure assaggiata).

E forse la cosa che cercavo mi ha raggiunto verso sera, sulla spiaggia progressivamente abbandonata dai biscegliesi che a mare fanno giornata presto, poi hanno altro da combinare, e lasciano le -per me- incantevoli ore di mezzo meriggio a
pochi.

E’stato quando i piccoli, sulla strada per risalire a casa, mi hanno chiesto di raccontare della bisnonna che non hanno conosciuto, mia nonna Gina. Parlandone, ad un certo punto, mi son fermato. Piangevo. Io, quelle lacrime, le avevo cercate
invano quando vent’anni fa, la nonna ci ha lasciati. Le ero affezionatissimo, ma non riuscivo, non c’era verso, a piangerla, avevo il groppo in gola, ma queste lacrime non arrivavano.

E son venute invece tanti anni dopo, e mentre venivano le due creature meravigliose cui ho il dono di essere padre (sul fatto che avermi per padre sia dono per loro, ho dubbi) mi hanno detto, sorridendo, che si vedeva che volevo bene a mia nonna.

Eccome, bambini.

E raccontandovi la nonna, mi è venuto in mente questo: che le storie che contano sono quelle che si raccontano da una generazione all’altra, sapendo di essere, ogni generazione, un passaggio tra chi c’è prima e chi c’è dopo. E sono le storie in cui non abbiamo paura di condividere, con chi le ascolta, le nostre lacrime.

Ed è un programma etico-sociale-politico, altrochè.