Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/12

Oggi: i rivolgimenti, che vengono preparati dal tempo, e ciò che vuole essere naturale  e necessario, ed invece è provvisorio.

Capitolo 3, pp. 50-52

Manzoni inizia il terzo capitolo del suo lavoro rifacendosi alla chiusa del primo, con le prime domande fatte dai giudici al supposto untore e la loro convizione che le risposte non fossero verisimili:

“era insegnamento comune, e quasi universale de’ dottori, che la bugia dell’accusato nel rispondere al giudice, fosse uno degl’indizi legittimi, come dicevano, alla tortura.” (p. 50)

La tortura, cui lo scrittore ha dedicato il secondo capitolo, troverebbe dunque, dal punto di vista dei giudici, qui le sue motivazioni. In realtà, nota Manzoni tornando alle fonti giuridiche, la cosa non è così indiscriminata; il giudice aveva necessità di prove e non solo della propria valutazione, per formulare l’accusa di bugia:

Ma che la bugia dovesse risultar da prove legali, e non da semplice congettura del giudice, era dottrina comune e non contradetta.” (p. 51)

I commentatori di diritto, rileva Manzoni, hanno cercato di ridurre, nel corso dei secoli, i margini dell’arbitrio individuale. Egli riscontra in questo un processo graduale, che ha preparato in qualche modo il terreno per il trattato più famoso di Pietro Verri (Dei delitti e delle pene), che ha decisamente segnato la discontinuità col passato. Per inciso, riflettendo su questo, lo scrittore nota come la storia sia fatta di istituti accidentali e fattizi, cioè prodotti dagli eventi, che tendono a perpetuarsi come se fossero naturali e  necessari, per essere invece a loro volta rovesciati; è una convinzione che attraversa i nodi delle sue opere fondamentali, dalle tragedie ai due carmi principali, e che qui viene così formulata:

Viene, nelle cose grandi, come nelle piccole, un momento in cui ciò che, essendo accidentale e fattizio, vuol perpetuarsi come naturale e necessario, è costretto a cedere all’esperienza, al ragionamento, alla sazietà, alla moda, a qualcosa di meno, se è possibile, secondo la qualità e l’importanza delle cose medesime; ma questo momento dev’esser preparato. Ed è già un merito non piccolo degl’interpreti, se, come ci pare, furon essi che lo prepararono, benché lentamente, benché senz’avvedersene, per la giurisprudenza.” (p. 52)

La storia è dunque fatta di ciò che è prodotto dalla storia stessa: e quanto, prodotto dalla storia, vuole arrogarsi un diritto di necessità, è comunque destinato a mutare.

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/11

Oggi: Manzoni tra Illuminismo e Romanticismo.

Capitolo 2, pp. 34-49

Manzoni dedica il secondo capitolo della Storia a sviluppare l’assunto che ha proposto nella pagine precedenti: attraverso la lettura degli scrittori di diritto dei secoli precedenti, egli intende dimostrare che essi non prescrivessero l’accanimento nell’uso della tortura e che, anzi, essi cercassero di limitarlo. Come si è notato, questa minuziosa dimostrazione, che lo occupa per diverse pagine, è finalizzata a rendere chiaro al lettore che i giudici che ricorsero con protervia alla tortura lo facevano per loro intenzione e non per prescrizione di legge o di giuristi.

Lo scrittore, chiudendo il capitolo, sviluppa un’altra riflessione: le sue ricerche contribuiscono a mettere la questione in una prospettiva storica, cosa ora è per lui possibile, dopo che le pratiche della tortura sono state rovesciate nel Settecento. C’è, dentro queste parole, anche un modo per mettere in relazione Illuminismo e Romanticismo.

Così dunque egli si può esprimere a proposito delle opinioni dei giuristi:

“Non abbiam certamente la strana pretensione d’aver dimostrato che quelle degl’interpreti, prese nel loro complesso, non servirono, né furon rivolte a peggiorare. Questione interessantissima, giacché si tratta di giudicar l’effetto e l’intento del lavoro intellettuale di più secoli, in una materia così importante, anzi così necessaria all’umanità; questione del nostro tempo, giacché, come abbiamo accennato, e del resto ognun sa, il momento in cui si lavora a rovesciare un sistema, non è il più adattato a farne imparzialmente la storia; ma questione da risolversi, o piuttosto storia da farsi, con altro che con pochi e sconnessi cenni.” (pp. 48-49)

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/10

Oggi: la ricerca di precisione nel formulare una domanda, e il beneficio che ne consegue

Capitolo 2, pp. 28-34

Manzoni pone a tema del secondo capitolo la modalità con la quale la tortura fosse prevista dai commentatori delle leggi: il suo obiettivo, come si vedrà più avanti, è quello di rilevare come il ricorso a questo strumento non avesse una necessità automatica, nel caso del processo agli untori, ma dipendesse, in buona sostanza, dalla decisione dei giudici (il che riconduce alla grande questione etica che attraversa questo suo lavoro: lo spazio della responsabilità personale).

Per sviluppare questa sua tesi, Manzoni avvia il capitolo mettendo in evidenza come, nella pratica pensale dei tempi del processo e di quelli che lo precedettero, più che alle leggi -non originate da una visione unitaria e coerente- si guardasse alle interpretazioni degli studiosi (che egli chiama, con calco dal latino, scrittori):

“giacché, quando le cose necessarie non son fatte da chi toccherebbe, o non son fatte in maniera di poter servire, nasce ugualmente, in alcuni il pensiero di farle, negli altri la disposizione ad accettarle, da chiunque sian fatte. L’operar senza regole è il più faticoso e difficile mestiere di questo mondo.” (p. 28)

Torna l’osservazione sulla comodità di acconciarsi al parere di chi ci ha preceduti.

 

Fortunatamente, la stesura delle raccolte giuridiche si è volta, nei tempi successivi al processo, ad una maggiore razionalità e coerenza (qui l’autore ha in mente quanto avvenne soprattutto nel Settecento):

“Questa così generale e così durevole autorità di privati sulle leggi, fu poi, quando si vide insieme la convenienza e la possibilità d’abolirla, col far nuove, e più intere, e più precise, e più ordinate leggi, fu, dico, e, se non m’inganno, è ancora riguardata come un fatto strano e come un fatto funesto all’umanità, principalmente nella parte criminale, e più principalmente nel punto della procedura.” (p. 31)

 

Sulla lettura degli interpreti del diritto, Manzoni preannuncia che svilupperà un ragionamento diverso da quello svolto da Verri nelle Osservazioni: lo scrittore intende dimostrare che proprio le fonti permetteranno di dimostrare lo spazio di arbitrio e decisione personale che i giudici del processo agli untori ebbero:

“E a ogni modo, quel fatto è talmente legato col suo e nostro argomento, che l’uno e l’altro eravam naturalmente condotti a dirne qualcosa in generale: il Verri perché, dall’essere quell’autorità riconosciuta al tempo dell’iniquo giudizio, induceva che ne fosse complice, e in gran parte cagione; noi perché, osservando ciò ch’essa prescriveva o insegnava ne’ vari particolari, ce ne dovrem servire come d’un criterio, sussidiario ma importantissimo, per dimostrar più vivamente l’iniquità, dirò così, individuale del giudizio medesimo.” (p. 33)

Il tema da investigare è così formulato da Manzoni:

La questione dev’esser dunque, se i criminalisti interpreti (così li chiameremo, per distinguerli da quelli ch’ebbero il merito e la fortuna di sbandirli per sempre) sian venuti a render la tortura più o meno atroce di quel che fosse in mano dell’arbitrio, a cui la legge l’abbandonava quasi affatto.” (p. 34)

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/9

Oggi, contenuto extra: su Manzoni e Tucidide, a proposito di contagi e cura delle passioni

Prima di entrare nella lunga riflessione manzoniana sull’uso della tortura, che è l’argomento del capitolo 2 della Storia, vorrei sviluppare uno spunto che è stato suggerito dalle parole dell’autore sulle passioni (rabbia, timore, sospetto, esasperazione, come abbiamo visto), che condizionano i comportamenti di una popolazione e che influiscono sulle decisioni di chi ha un ruolo pubblico.

Mi rifaccio ad uno dei testi più significativi che la cultura occidentale abbia conosciuto, a riguardo della narrazione di un’epidemia; un testo che con ogni probabilità, almeno in lingua originale, non fa parte del corredo dei riferimenti letterari noti a Manzoni (sulla sua limitata conoscenza diretta del greco si veda Elsa M. Bruni, Greco e latino. Le lingue classiche nella scuola italiana (1860-2005), Roma, Armando, pp. 13-14), ma che in qualche modo “dialoga” con la Storia e, in modi più complessi e su segmenti narrativi diversi, anche con i Promessi sposi: si tratta  dei capitoli che lo storico del V secolo a.C. Tucidide dedica alla diffusione della peste ad Atene all’inizio della guerra del Peloponneso (la narrazione è nei capitoli 47-53 secondo libro della sua opera).

Particolarmente interessante, rispetto alle riflessioni manzoniane che si sono seguite nei giorni trascorsi, è la narrazione di come gli Ateniesi hanno cambiato, a seguito del diffondersi del contagio, il loro modo di vivere.

Per chi vuole, questo è il testo greco: di seguito la traduzione italiana:

πρῶτόν τε ἦρξε καὶ ἐς τἆλλα τῇ πόλει ἐπὶ πλέον ἀνομίας τὸ νόσημα. ῥᾷον γὰρ ἐτόλμα τις ἃ πρότερον ἀπεκρύπτετο μὴ καθ᾽ ἡδονὴν ποιεῖν, ἀγχίστροφον τὴν μεταβολὴν ὁρῶντες τῶν τε εὐδαιμόνων καὶ αἰφνιδίως θνῃσκόντων καὶ τῶν οὐδὲν πρότερον κεκτημένων, εὐθὺς δὲ τἀκείνων ἐχόντων.

ὥστε ταχείας τὰς ἐπαυρέσεις καὶ πρὸς τὸ τερπνὸν ἠξίουν ποιεῖσθαι, ἐφήμερα τά τε σώματα καὶ τὰ χρήματα ὁμοίως ἡγούμενοι.

καὶ τὸ μὲν προσταλαιπωρεῖν τῷ δόξαντι καλῷ οὐδεὶς πρόθυμος ἦν, ἄδηλον νομίζων εἰ πρὶν ἐπ᾽ αὐτὸ ἐλθεῖν διαφθαρήσεται: ὅτι δὲ ἤδη τε ἡδὺ πανταχόθεν τε ἐς αὐτὸ κερδαλέον, τοῦτο καὶ καλὸν καὶ χρήσιμον κατέστη.

θεῶν δὲ φόβος ἢ ἀνθρώπων νόμος οὐδεὶς ἀπεῖργε, τὸ μὲν κρίνοντες ἐν ὁμοίῳ καὶ σέβειν καὶ μὴ ἐκ τοῦ πάντας ὁρᾶν ἐν ἴσῳ ἀπολλυμένους, τῶν δὲ ἁμαρτημάτων οὐδεὶς ἐλπίζων μέχρι τοῦ δίκην γενέσθαι βιοὺς ἂν τὴν τιμωρίαν ἀντιδοῦναι, πολὺ δὲ μείζω τὴν ἤδη κατεψηφισμένην σφῶν ἐπικρεμασθῆναι, ἣν πρὶν ἐμπεσεῖν εἰκὸς εἶναι τοῦ βίου τι ἀπολαῦσαι.

 

Anche sotto altri aspetti il morbo dette inizio, in città, a moltissima illegalità. Più facilmente uno osava quello che, prima, teneva nascosto dal fare per il proprio piacere, perché vedevano che era radicale il mutamento di sorte fra coloro che erano felici, e morivano all’improvviso, e coloro che prima non possedevano niente e poi avevano le ricchezze degli altri. Cosicché ritenevano di rendere veloci i guadagni e volti al godimento, giudicando effimeri sia i loro corpi che le ricchezze.

E nessuno era incline ad affaticarsi per ciò che era considerato nobile, poiché pensava che era incerto se non sarebbe morto prima di arrivarci: era divenuto bello e utile ciò che era subito piacevole e che, dovunque venisse, era vantaggioso per ottenerlo.

Nessun timore degli dei o legge degli uomini li tratteneva, poiché da un lato ritenevano sullo stesso piano essere religiosi o no, dato che vedevano che tutti allo stesso modo morivano, e dall’altro, poiché nessuno si aspettava di essere in vita fino a dover rendere giustizia delle sue colpe; essi pensavano che una pena molto più grande era già stata sentenziata e pendeva su di loro, e che prima che tale punizione piombasse su di loro era naturale godere qualcosa della vita.

 

Per Tucidide, la peste rappresenta la condizione di svelamento di ciò che gli uomini tengono, in circostanze, ordinarie, nascosto: la loro tensione verso la realizzazione, il più immediata possibile, data l’incertezza su qualunque dimensione del futuro, del piacere personale. Dentro la situazione di eccezionalità che la peste determina, l’uomo dunque si spoglia dei tratti che lo caratterizzano nella vita quotidiana e manifesta la propria disposizione alla gratificazione immediata e individuale.

Il percorso di approfondimento della questione, che Manzoni svolge nell’introduzione e nel Capitolo 1 (per tacere dei capitoli sull’assalto ai forni a Milano e a quelli sulla peste nel romanzo) è, se si vuole, speculare e opposto all’autore greco: dove quello individua come riferimento dell’uomo la tendenza al piacere, Manzoni invece conduce la sua minuziosa indagine per definire dove sia il campo di libertà di scelta, che all’uomo è dato, e nel quale ognuno, come persona, si rivela.

I due autori si ritrovano nel riconoscimento dell’utilità della narrazione storica: a Tucidide essa pare realizzarsi perché, in futuro, chi lo legge possa riconoscere la sintomatologia della peste (così egli dice in 2.47); a Manzoni essa pare consistere, come si è visto nell’Introduzione a questo testo, nella possibilità, per chi legge, di riconoscere invece la sintomatologia delle passioni ed attenuarne, possibilmente, l’impatto.

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/8

Oggi: la giustizia del paese, che non è la giustizia.

Capitolo I, pp. 22-27

La macchina accusatoria si è dunque messa in moto, ed il capitano di giustizia va in cerca del commissario per la salute tenendo già per certo che vi sia stata l’unzione dei muri per propagare la peste: la distorsione degli eventi, una volta iniziata, produce ciecamente i suoi effetti. Manzoni qui sviluppa un inciso, per riflettere su casi più vicini nel tempo, nei quali sarebbe potuto accadere qualcosa di simile, con l’attribuzione di colpe ad innocenti. Allo scrittore preme tornare sul meccanismo collettivo che ingenera reazioni così scomposte, ed qui egli aggiunge ulteriori elementi al catalogo delle passioni che aveva avviato nell’Introduzione all’opera: il sospetto e l’esasperazione. L’argomento è qui solo accennato: i capitoli de I promessi sposi sulla peste rendono peraltro ben chiaro l’effetto sociale di questi due atteggiamenti, soprattutto con il protrarsi del tempo. Essendo passioni, anche per essi Manzoni ritiene ci possa essere una cura, rappresentata da ragione e carità: un’attitudine laica la prima, cristiana la seconda, in accordo con la formazione dello scrittore.

“Quel sospetto e quella esasperazion medesima nascono ugualmente all’occasion di mali che possono esser benissimo, e sono in effetto, qualche volta, cagionati da malizia umana; e il sospetto e l’esasperazione, quando non sian frenati dalla ragione e dalla carità, hanno la trista virtù di far prender per colpevoli degli sventurati, sui più vani indizi e sulle più avventate affermazioni.” (p. 23)

 

C’è un altro aspetto sociale che a Manzoni importa evidenziare al suo lettore, quello della pressione che le situazioni esasperate di questo tipo crea su chi deve prendere delle decisioni: riferendosi ai giurati che, in Normandia, dovettero valutare sugli eventuali responsabili di alcuni incendi, egli chiosa

“felici que’ giurati, se entrarono nella loro sala ben persuasi che non sapevano ancor nulla, se non rimase loro nella mente alcun rimbombo di quel rumore di fuori, se pensarono, non che essi erano il paese, come si dice spesso con un traslato di quelli che fanno perder di vista il carattere proprio e essenziale della cosa, con un traslato sinistro e crudele nei casi in cui il paese si sia già formato un giudizio senza averne i mezzi; ma ch’eran uomini esclusivamente investiti della sacra, necessaria, terribile autorità di decidere se altri uomini siano colpevoli o innocenti.” (p. 24)

C’è un nucleo centrale di ragionamento che appare dirimente, qui: chi ha decisioni da prendere sulla vita degli uomini, ha l’obbligo di astenersi dal sentimento dell’opinione pubblica: formarsi un giudizio collettivo non significa necessariamente avere i mezzi per compierlo. Si tratta di un’indicazione preziosa, che fa da sottotesto, nel romanzo, ai momenti in cui i politici entrano in relazione con le attese del popolo, e che lì trova la sua più evidente manifestazione nella figura del Ferrer che opera demagogicamente per compiacere l’opinione pubblica, e causa in realtà la rovina di Milano.

 

Dopo questo inciso, Manzoni rimette in moto la macchina della giustizia milanese, che giunge al presunto untore e al suo primo interrogatorio; qui, lo scrittore preannuncia di dover aprire un ampio inciso, che avrà come argomento i modi di svolgimento degli interrogatori dei sospetti.

 

 

 

 

compiacere e causa le rovine di Milano.

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/7

Oggi: la realtà, più inverosimile del romanzesco.

Capitolo I, pp. 19-22

La catena degli eventi produce velocemente le sue conseguenze: l’uomo visto da Caterina ne incontra un altro, che lo saluta; lei chiede chi sia, e risulta che si tratti di un Commissario di Sanità; subito dopo la donna vede “imbrattate le muraglie d’un certo ontume che pare grasso et che tira al giallo” (p. 20), altri ancora le vedono, e la diceria dilaga.

Subito dopo questo elemento narrativo, Manzoni introduce una riflessione: a nessuna delle due donne venne in mente né di non aver effettivamente visto l’uomo entrare nell’androne, né per quale ragione, fosse stato un untore, si sarebbe mosso così davanti a tutti; inoltre, nota l’autore, ciò non venne in mente nemmeno a chi indagò poi, o, peggio, chi indagò non volle farselo venire in mente. Sono, insomma, le omissioni e le incongruenze logiche, che la ricostruzione analitica degli eventi e delle testimonianze consente di rilevare e di condividere con il lettore, con questa importante annotazione:

cose che in un romanzo sarebbero tacciate d’inverisimili, ma che pur troppo l’accecamento della passione basta a spiegare.” (p. 20)

Non è invenzione romanzesca, dice Manzoni, anzi, se fosse, sarebbe invenzione inverosimile: è la realtà, nella quale l’inverosimile assume concretezza a causa delle passioni (che, come già nell’Introduzione lo scrittore ha affermato, sono l’oggetto più importante di questo testo) e del loro accecamento (tema, questo della cecità delle passioni, che ci riconduce all’Aristotele della Poetica, riferimento tenuto sempre ben presente dall’autore).

Dopo questo passaggio, la narrazione riprende, con il suo schiacciante meccanismo: la voce si sparge, la gente brucia paglia per pulire i muri, interviene un altro personaggio, che avrà un ruolo in seguito, il barbiere Mora, Caterina ritiene di aver visto l’uomo ungere i muri attingendo con una penna da un vasetto. Manzoni sottolinea questo particolare incongruo così:

“ in una mente la qual non vedeva che unzioni, una penna doveva avere una relazione più immediata e più stretta con un vasetto, che con un calamaio.” (pp. 21-22)

Vediamo davvero quello che vogliamo vedere, e crediamo quello che vogliamo credere.

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/6

Oggi parliamo di: vedere le cose come vogliamo vederle, e non come sono.

Capitolo 1, pp. 18-19

La narrazione inizia con le circostanze di tempo e di luogo: “La mattina del 21 giugno 1630” (p. 18), e con l’indicazione del nome della prima testimone, Caterina Rosa. Manzoni inserisce subito una sottolineatura: essa si trovava dove stava –e di dove ritenne di vedere quello che testimoniò- “per disgrazia” (p. 18).

Qui Manzoni ci mette subito all’interno di una sua scelta linguistica, che è quella di modellare lessico, grafia e sintassi della sua narrazione su quello dei verbali che gli sono stati resi disponibili. Vediamo ad esempio come lo scrittore riporta quella che può essere considerata la testimonianza d’apertura di tutto il percorso giudiziario:

All’hora, soggiunge, mi viene in pensiero se a caso fosse un poco uno de quelli che, a’ giorni passati, andauano ongendo le muraglie. Presa da un tal sospetto, passò in un’altra stanza, che guardava lungo la strada, per tener d’occhio lo sconosciuto, che s’avanzava in quella; et viddi, dice, che teneua toccato la detta muraglia con le mani.” (p. 18)

Lo scrittore passa dalla narrazione in terza persona a quella in prima, con un uso sincopato delle formule incidentali (soggiunge, dice).

Questo mimetismo linguistico si unisce ad un passaggio contenutistico decisivo: come si vede dalle righe precedenti, Caterina dà per certo che nei giorni trascorsi ci fosse qualcuno che andava ungendo i muri. Il fondamento di tutto l’impianto accusatorio è dato, quindi, per implicito e scontato, secondo una modalità di deformazione della realtà che sperimentiamo molto spesso nelle comunicazioni volutamente costruite a senso e orientamento unico della nostra vita online.

A questo punto Manzoni introduce la seconda testimone, Ottavia Bono: la quale sostiene che l’uomo si pulisse le mani sul muro. Lo scrittore fornisce qui un suo intervento deciso, spiegando quello che la testimone vide:

“Fu probabilmente per pulirsi le dita macchiate d’inchiostro, giacché pare che scrivesse davvero. Infatti, nell’esame che gli fu fatto il giorno dopo, interrogato, se l’attioni che fece quella mattina, ricercorno scrittura, risponde: signor sì.” (p. 19)

Insomma, il gesto è ricondotto ad una spiegazione naturale, la necessità di pulirsi le dita sporche. Ma la deriva interpretativa è già iniziata, come certifica il passaggio successivo, nel quale si ha un’inversione tra cause ed effetti. Pioveva, dice Manzoni, ed è per questo che l’uomo camminava rasente i muri; Caterina, invece, ritiene che l’uomo approfittasse della pioggia per andare rasente i muri e realizzare il proprio disegno:

“in quanto all’andar rasente al muro, se a una cosa simile ci fosse bisogno d’un perché, era perché pioveva, come accennò quella Caterina medesima, ma per cavarne una induzione di questa sorte: è ben una gran cosa: hieri, mentre costui faceva questi atti di ongere, pioueua, et bisogna mo che hauesse pigliato quel tempo piovoso, perché più persone potessero imbrattarsi li panni nell’andar in volta, per andar al coperto.”(p. 19)

Ancora una volta, Manzoni ci mette nelle condizioni di comprendere che la donna vedeva quello che voleva vedere e interpretava quello che vedeva come aveva già in animo d’interpretare, sovvertendo completamente le cose. Al lettore manzoniano questo movimento iniziale ricorda, oltre che i capitoli XXXI-XXXII dei Promessi sposi, che trattano le vicende della peste, un altro passaggio, tutto incentrato sul sovvertimento interpretativo: l’avventura di Renzo nell’osteria della Luna Piena (capitoli XIV-XV), in capo alla quale le sue parole vengono tratte dal loro contesto e usate contro di lui (su questo passaggio fondamentale del romanzo, si veda il già citato Ezio Raimondi, La dissimulazione romanzesca. Antropologia manzoniana, Bologna, Il Mulino, 1990, capitolo “L’osteria della retorica”, pp. 81-110).

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/5

Oggi: Manzoni, il factchecking, il rispetto del lettore, e quando il lettore diventa “pubblico”.

Introduzione, pp. 15-17

Dopo aver chiarito quale sia la natura delle fonti sulle quali ha lavorato, e dopo aver ricordato anche di aver attinto ad altra documentazione, che noi diremmo secondaria, Manzoni si volge ad approfondire un’altra questione, quella del racconto del processo da parte degli autori e degli studiosi successivi.

Lo scrittore nota che, in buona sostanza, si tratta di una sequela (egli richiama l’immagine di Purgatorio, III, 79-84: Come le pecorelle escon del chiuso/ a una, a due, a tre, e l’altre stanno/ timidette atterrando l’occhio e ‘l muso;/ e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,/ addossandosi a lei, s’ella s’arresta,/semplici e quete, e lo ’mperché non sanno) nella quale ognuno, anziché andare ad una verifica delle fonti, si è adattato all’opinione già trovata in chi lo ha preceduto:

“Nel nostro, c’è parso che potesse essere una cosa curiosa il vedere un seguito di scrittori andar l’uno dietro all’altro come le pecorelle di Dante, senza pensare a informarsi d’un fatto del quale credevano di dover parlare.” (p. 16)

Oggi diremmo che è mancato un adeguato factchecking, da parte di questi autori; una verifica dei fatti che per Manzoni, data la vicenda, sarebbe opportuna, perché leggere queste opinioni provoca non divertimento, ma dispiacere e anche rabbia, per il travisamento che esse manifestano.

Possiamo notare l’attenta collocazione etica che Manzoni sviluppa, e provare a metterla a confronto con situazioni che ci capita di vivere spesso, dentro l’infosfera complessa in cui viviamo. Quante volte ci avviene di sorridere per affermazioni infondate, durante le nostre navigazioni sul web? Quante volte, invece, sarebbe meglio approfondire, e valutare se oltre il sorriso non possa stare un giudizio più articolato? Manzoni ci lascia -come spesso, è una traccia lessicale da mettere a confronto con quanto scritto prima, a totale carico del discernimento del lettore- un’indicazione, proprio in chiusa di frase, avvertendoci nei riguardi dell’indignazione alla rovescia, che ben sperimentiamo ogni giorno:

“Non dico: cosa divertente; ché, dopo aver visto quel crudele combattimento, e quell’orrenda vittoria dell’errore contro la verità, e del furore potente contro l’innocenza disarmata, non posson far altro che dispiacere, dicevo quasi rabbia, di chiunque siano, quelle parole in conferma e in esaltazione dell’errore, quell’affermar così sicuro, sul fondamento d’un credere così spensierato, quelle maledizioni alle vittime, quell’indegnazione alla rovescia.” (p. 16)

L’analogia col moderno corrispettivo, le bufale, non può essere fine a se stessa, ma, una volta attivata, bisogna che -soprattutto in un testo come questo, che abbiamo visto nelle pagine precedenti voler esplicitamente essere un’esplorazione delle passioni, con la finalità di farcene accorti- rechi una conseguenza. Per Manzoni la conseguenza è che chi legge impari a diffidare dalle rimasticature e dalle opinioni formulate senza esame dei fondamenti.

Manzoni identifica con precisione quanti ho appena definito sinteticamente con “chi legge”: egli usa pubblico, parola molto forte, visto l’argomento. Stiamo parlando di fatti storici e di opinioni di storici, cose che in sé sarebbero interesse di venticinque e non più lettori, per usare un’immagine di Manzoni stesso: ma da quelle opinioni su quei fatti discendono orientamenti più larghi, che vanno molto oltre gli specialisti. Manzoni ha ben chiare le strade complesse attraverso le quali si crea l’opinione pubblica:

“un tal dispiacere porta con sé il suo vantaggio, accrescendo l’avversione e la diffidenza per quell’usanza antica, e non mai abbastanza screditata, di ripetere senza esaminare, e, se ci si lascia passar quest’espressione, di mescere al pubblico il suo vino medesimo, e alle volte quello che gli ha già dato alla testa.” (p. 16)

Lo scrittore termina l’introduzione dicendo di aver fatto, per rispetto della pazienza dei lettori, una scelta degli autori le cui opinioni riporterà: quelli più significativi. La motivazione per la quale egli opera questa scelta è coerente con le affermazioni che abbiamo seguito sopra: dei più noti, gli errori saranno più istruttivi, quando non potranno essere più (si noti anche qui l’ironia dissimulata) contagiosi.

“temendo poi di metter troppo a cimento la sua pazienza, ci siam ristretti a pochi scrittori, nessuno affatto oscuro, la più parte rinomati: cioè quelli, de’ quali son più istruttivi anche gli errori, quando non posson più esser contagiosi.” (pp. 16-17)

E a non renderli più contagiosi sarà, nell’intento dell’autore, il suo lavoro, accompagnato da un lettore paziente, attento alla verifica delle cose.

Quaranta gioni con la Storia della colonna infame/4

Oggi parliamo delle parole che durano più del bronzo e della passione filologica di Manzoni.

 

Introduzione, pp. 13-15

I Promessi sposi si aprono con un atto di filologia immaginaria, quello per il quale Manzoni ci racconta di aver trovato il manoscritto dell’anonimo seicentista; l’introduzione alla Storia della colonna infame ci porta invece ad un manoscritto reale…ma perduto: l’originale atto del processo, che l’autore ci spiega di aver cercato, di non aver trovato, di ritenere sia andato perduto.

Si tratta di una storia filologica che a Manzoni preme spiegare con cura. Egli ha potuto disporre del testo a stampa della difesa di uno degli imputati, corredato di un estratto del processo:

“Tra que’ miseri accusati si trovò, e pur troppo per colpa d’alcun di loro, una persona d’importanza, don Giovanni Gaetano de Padilla, figlio del comandante del castello di Milano, cavalier di sant’Iago, e capitano di cavalleria; il quale poté fare stampare le sue difese, e corredarle d’un estratto del processo, che, come a reo costituito, gli fu comunicato.”(p. 14)

 

Una copia manoscritta di quest’estratto giunge a Pietro Verri, ed è messa a disposizione dal figlio di questi a Manzoni, che se ne avvale per il suo lavoro:
“Di quest’estratto, c’è di più un’altra copia manoscritta, in alcuni luoghi più scarsa, in altri più abbondante, la quale appartenne al conte Pietro Verri, e fu dal degnissimo suo figlio, il signor conte Gabriele, con liberale e paziente cortesia, messa e lasciata a nostra disposizione.”
(p. 14)

 

Manzoni ispeziona con attenzione questa copia, notandone la ricca postillatura, che attribuisce, dati i contenuti, al difensore dell’imputato; si tratterebbe, insomma, della copia di lavoro che l’avvocato fece per disporre la propria linea d’azione:

“ ci si trovan per esteso molte cose delle quali nell’estratto stampato non c’è che un sunto; ci son notati in margine i numeri delle pagine del processo originale, dalle quali son levati i diversi brani; ed è pure sparsa di brevissime annotazioni latine, tutte però del carattere stesso del testo: Detentio Morae; Descriptio Domini Johannis; Adversatur Commissario; Inverisimile; Subgestio, e simili, che sono evidentemente appunti presi dall’avvocato del Padilla, per le difese.”(p. 14)

 

Manzoni nota anche che il manoscritto messogli a disposizione dal figlio di Pietro Verri è in alcuni casi più ampio, in altri più succinto del testo a stampa dell’estratto, ed avanza l’ipotesi che il testo a stampa sia frutto di una selezione del testo originale degli atti del processo. E non solo: Manzoni, confrontando il testo a stampa col manoscritto, ritiene che il difensore abbia potuto accedere in due diversi momenti al testo del processo:

Da tutto ciò pare evidente che sia una copia letterale dell’estratto autentico che fu comunicato al difensore; e che questo, nel farlo stampare, abbia omesse varie cose, come meno importanti, e altre si sia contentato d’accennarle. Ma come mai se ne trovano nello stampato alcune che mancano nel manoscritto? Probabilmente il difensore poté spogliar di nuovo il processo originale, e farci una seconda scelta di ciò che gli paresse utile alla causa del suo cliente.” (pp. 14-15)

 

Manzoni si accosta con cura, dunque, alla sua fonte; non può raggiungere il testo originale, dispone di un estratto a stampa e di un manoscritto, in relazione che, come si è visto, egli comprende essere non così automatica come si potrebbe credere. Manzoni, qui, agisce da filologo moderno, che s’interroga sulla natura del documento e sulla sua storia: par davvero di vedere l’avvocato che trae l’estratto, lo annota, sceglie cosa stampare. C’è davvero, attraverso le parole, la storia che le accompagna e le sostiene; una storia importante, perché le parole hanno un’importanza fondamentale, come l’autore stesso nota a proposito della stampa della difesa dell’imputato:

“E certo, que’ giudici non s’accorsero allora, che lasciavan fare da uno stampatore un monumento più autorevole e più durevole di quello che avevan commesso a un architetto.” (p. 14)

I giudici non sapevano che le parole, per dirla con i versi di Orazio che Manzoni ha in mente scrivendo questo passaggio, costruiscono un monumento più duraturo del bronzo.

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/3

Oggi si parla di quanto sia difficile e necessaria la complessità, e di come una tesi va tenutaprotetta sia dai suoi detrattori, che dai suoi sostenitori

Introduzione, pp. 12-13

Dopo aver affrontato la questione, decisiva, del libero arbitrio, Manzoni ritorna alle intenzioni che avevano mosso il saggio di Pietro Verri. Lo scrittore non esclude che il suo predecessore avesse ben presente che le azioni dei giudici fossero mosse da iniquità personale, ma ritiene che dare troppo spazio a questo tema avrebbe indebolito il suo scopo, cioè combattere l’uso della tortura. Infatti, i sostenitori di quella avrebbero potuto vederne confermata la necessità, facendo spostare l’attenzione sulle responsabilità delle persone:

“I partigiani della tortura (ché l’istituzioni più assurde ne hanno finché non son morte del tutto, e spesso anche dopo, per la ragione stessa che son potute vivere) ci avrebbero trovata una giustificazione di quella. — Vedete? — avrebbero detto, — la colpa è dell’abuso, e non della cosa. —” (p. 13).

D’altra parte, nota l’autore, anche i sostenitori dell’abolizione della tortura avrebbero visto meno forza per i loro argomenti, se Verri avesse sottolineato troppo le responsabilità personali:

“E dall’altra parte, quelli che, come il Verri, volevano l’abolizion della tortura, sarebbero stati malcontenti che s’imbrogliasse la causa con distinzioni, e che, con dar la colpa ad altro, si diminuisse l’orrore per quella.” (p. 13)

Questa duplice difficoltà proposta sia dai sostenitori, che dagli oppositori all’uso della tortura, costringe Verri -chiosa dunque Manzoni- ad adattare l’esposizione della vicenda, tenendo conto dello scopo comunicativo che si è dato:

“chi vuol mettere in luce una verità contrastata, trovi ne’ fautori, come negli avversari, un ostacolo a esporla nella sua forma sincera.”(p. 13)

Le distinzioni, come Manzoni le chiama, altro non sono che la manifestazione della complessità: che è bene avere a mente, ma che è difficile esporre nella sua interezza, quando ci si trova in mezzo agli schieramenti di coloro che portano tesi precostituite.

In queste righe, dunque, Manzoni sviluppa un germe di trattato sull’efficacia della comunicazione, suggerendo implicitamente la collocazione del lavoro di Verri rispetto al proprio: collocato dentro un contesto dialettico quello, più lontano dagli eventi  il suo.

Ma Manzoni non sarebbe lo scrittore della dissimulazione romanzesca (per usare la bella espressione che dà il titolo ad un saggio di Ezio Raimondi –La dissimulazione romanzesca, Antropologia manzoniana, Bologna, Il Mulino, 1990), se non conducesse il lettore a cogliere, ellitticamente, un ulteriore passaggio. Al di là degli opposti schieramenti, lo scrittore sa che, rispetto alla verità dei fatti,

“È vero che gli resta quella gran massa d’uomini senza partito, senza preoccupazione, senza passione, che non hanno voglia di conoscerla in nessuna forma.” (p. 13)

Scrivere il saggio storico è, dunque, operare per ridestare cura, conoscenza e passione della gran massa di uomini che, per propria inclinazione, se ne starebbe ben lontano.