Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/22

Oggi: gli esperti che sragionano e l’uso ingannevole del diritto.

Capitolo 4, 82-86

Due vasi di sterco e dei residui di lavatura sono i reperti della perquisizione in casa del barbiere Mora. Dei primi non si dice altro; sul ranno, invece, i giudici si sentono in dovere di chiedere perizia tecnica:

“Si fece esaminare quel ranno da due lavandaie, e da tre medici. Quelle dissero ch’era ranno, ma alterato; questi, che non era ranno; le une e gli altri, perché il fondo appiccicava e faceva le fila. “In una bottega d’un barbiere,” dice il Verri, “dove si saranno lavati de’ lini sporchi e dalle piaghe e da’ cerotti, qual cosa più naturale che il trovarsi un sedimento viscido, grasso, giallo, dopo varii giorni d’estate? (p. 82)

Cinque esperti non arrivano a formulare una considerazione logica. Il piano inclinato del giudizio precostituito procede attraverso piccoli e coerenti slittamenti.

 

Lo sguardo dello scrittore si sposta ora, di nuovo, sul commissario di Sanità Piazza, che viene convocato dai giudici per approfondire un loro scrupolo: come può il barbiere avergli affidato il compito di ungere i muri, se ha dichiarato di conoscerlo solo superficialmente? L’intento degli accusatori è quello di ottenere da Piazza ulteriori rivelazioni, pertanto essi rimettono in circolo la promessa dell’impunità, la quale potrebbe essere revocata se il commissario non dirà la verità; quella, beninteso, che essi attendono. Qui Manzoni nota:

E qui si vede, come avevamo accennato sopra, cosa poté servire ai giudici il non ricorrere al governatore per quell’impunità. Concessa da questo, con autorità regia e riservata, con un atto solenne, e da inserirsi nel processo, non si poteva ritirarla con quella disinvoltura. Le parole dette da un auditore si potevano annullare con altre parole.” (p. 86)

Piazza non poteva sapere queste cose, Manzoni le sa; dietro le sue asciutte parole, si delineano tutti gli episodi d’uso parziale e artefatto del diritto, che attraversano I promessi sposi, a partire dal primo, goffo, messo in opera da don Abbondio per confondere Renzo.

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/21

Oggi: lo sterco, il sapone, gli inganni alla povera gente.

Capitolo 4, pp. 79-82

La vicenda dell’arresto e dell’imputazione del barbiere Mora ripropone, in una chiave ancora più grottesca, quella che ha riguardato il commissario di Sanità: passa anch’essa attraverso l’incredulità iniziale del sospettato, e si sviluppa attraverso il rilievo esagerato dato a elementi secondati. Se per Piazza tutta l’accusa s’incentra su un pennino e un vasetto, su Mora essa si fonda su due ancor più umili basi: lo sterco e il ranno (il miscuglio fatto di cenere e acqua che si usava per il bucato).

All’inizio, il barbiere si preoccupa che l’accusino di esercizio abusivo del mestiere, per aver preparato il vasetto d’unguento senza licenza:

“Credeva l’infelice, che il suo reato fosse d’aver composto e spacciato quello specifico, senza licenza.”(p. 79)

Poi, inizia la ricerca degli indizi sospetti: il primo, è costituito da due vasi di sterco, prodotto -Manzoni nota la cosa senza aggiungere nemmeno un cenno di commento, il che, come accade spesso nelle sue pagine, fa risaltare ancora di più l’elemento tragico- dell’isolamento che il barbiere, in tempo di peste, soè imposto dal resto della sua famiglia:

Si trovaron perciò in una stanzina dietro la bottega, duo vasa stercore humano plena, dice il processo. Un birro se ne maraviglia, e (a tutti era lecito di parlar contro gli untori) fa osservare che di sopra vi è il condotto. Il Mora rispose: io dormo qui da basso, et non vado di sopra.” (p. 80)

 

Il secondo indizio d’accusa è il contenitore con il ranno avanzato dagli usi per il bucato della famiglia del barbiere. Su questo, gli accusatori si concentrano negli interrogatori, in particolare quando ascoltano il figlio di Mora; sarebbe stato facile allora, nota lo scrittore, fare al ragazzo delle domande risolutive:

“Ma”, soggiunge, “temevano di non trovarlo reo”. E questa veramente è la chiave di tutto.” (p. 82)

 

Si cerca quello che si vuole trovare e si scorda quello che non si vuole trovare. E questa vicenda di vasi di sterco e di sapone per bucato, le povere cose della pulizia della povera gente -le cose che ovunque si sarebbero potute trovare, nelle dimore di povera gente- si manifesta, senza tante parole di commento da parte dell’autore, in tutta la sua ingiustizia.

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/20

Oggi: La compassione, che è una bella cosa, ma che in sé non è giustizia.

Capitolo 4, pp. 77-79

Manzoni avvia il nuovo capitolo mostrandoci subito l’auditore di giustizia nella bottega del Mora, per procedere all’arresto. Qui, però, lo scrittore si ferma, e lascia il passo alla sua fonte principale, Pietro Verri che, egli nota, si è premurato di investigare bene la condizione del barbiere, scoprendone anche il nuemro dei figli:

Ed è bello il vedere un uomo ricco, nobile, celebre, in carica, prendersi questa cura di scavar le memorie d’una famiglia povera, oscura, dimenticata: che dico? infame; e in mezzo a una posterità, erede cieca e tenace della stolta esecrazione degli avi, cercar nuovi oggetti a una compassion generosa e sapiente.” (p. 76)

 

Ed è bello, esordisce lo scrittore, con una notazione estetica, è bello vedere emergere la compassione dello studioso nobile e famoso nei confronti dell’umile, per di più screditato.

Qui, Manzoni sta in realtà invitando il lettore a non prendere l’ovvia strada della compassione. Una cautela che suona molto buona anche per chi vive i tempi d’oggi, nei quali l’istanza emotiva configura le prese di posizione spesso prima di un ragionamento sul merito. Si trattasse solo di questo, scrive invece Manzoni, potrebbe trattarsi, infatti, della compassione per un colpevole, che andrebbe a confliggere con la giustizia:

 Certo, non è cosa ragionevole l’opporre la compassione alla giustizia, la quale deve punire anche quando è costretta a compiangere, e non sarebbe giustizia se volesse condonar le pene de’ colpevoli al dolore degl’innocenti. Ma contro la violenza e la frode, la compassione è una ragione anch’essa.” (p. 77)

In realtà, la contrapposizione non è con la giustizia, ma con la frode e la violenza, e per questo la compassione può avere il suo corso.

 

Ma la compassione è un’attitudine complessiva; la sostanza, per Manzoni, è la dimostrazione minuziosa della congerie di illegalità che si snodarono ancora, dopo quelle già avvenute: per il Mora, tutte a partire da quella fondante, cioè il fatto che l’accusa ottenuta promettendo l’impunità non aveva, per gli studiosi di diritto (gli scrittori spesso citati), nessuna validità

Ma non ce n’è bisogno; perché, quand’anche fossero state adempite tutte a un puntino, c’era in questo caso una circostanza che rendeva l’accusa radicalmente e insanabilmente nulla: l’essere stata fatta in conseguenza d’una promessa d’impunità.” (p. 78)

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/19

Oggi: un interrogatorio inverisimile ed il tribunale della coscienza.

Capitolo 3, pp. 70-75

L’interrogatorio di Piazza, deliberatosi a confessare qualcosa che non ha fatto, pur di aver l’impunità, si snoda attraverso una serie di incongruenze che Manzoni annota in progressione. La prima, decisiva per la rovina di altri, sta nell’attribuire al barbiere Mora la responsabilità di avergli dato l’unguento:

Ma il disgraziato, che, mentendo a suo dispetto, cercava di scostarsi il possibile meno dalla verità, rispose soltanto: a me l’ha dato lui l’unguento, il Barbiero.” (p. 71)

La bugia, una volta innescata, fa riscrivere a Piazza tutto, a partire dalla sua relazione con Mora:

Gli domandano se detto Barbiero è amico di lui Constituto. E qui, non accorgendosi come la verità che gli si presenta alla memoria, faccia ai cozzi con l’invenzione, risponde: è amico, signor sì, buon dì, buon anno, è amico, signor sì; val a dire che lo conosceva appena di saluto.” (p. 71)

Continuando, Piazza inventa una motivazione inverisimile: il barbiere gli avrebbe dato l’unguento perché egli lo applicasse ai muri. Lo scrittore rileva come anche Verri abbia palesemente enfatizzato l’illogicità delle parole del commissariod i Sanità:

Mi disse: pigliate questo vasetto, et ongete le muraglie qui adietro, et poi venete da me, che hauerete una mano de danari. “Ma perché il barbiero, senza arrischiare, non ungeva da sé di notte!” postilla qui, stavo per dire esclama, il Verri. E una tale inverisimiglianza avventa, per dir così, ancor più in una risposta successiva.” (p. 72)

Le incongruenze si accrescono, Verri nota ancora come fosse semplice coglierne una macroscopica, cioè il fatto che il barbiere si esponesse al rischio, quando avrebbe potuto ungere di nascosto, a partire da casa sua:

Nemmeno l’uscio suo proprio aveva unto il barbiere!” postilla qui di nuovo il Verri. E non ci voleva, certo, la sua perspicacia per fare un’osservazion simile; ci volle l’accecamento della passione per non farla, o la malizia della passione per non farne conto, se, come è più naturale, si presentò anche alla mente degli esaminatori.” (p. 73)

E qui Manzoni interviene, richiamando il lettore al ruolo delle passioni, che accecano (come sanno i tragici greci) a agiscono per malizia (come è più vicino all’orientamento cristiano dell’autore).

 

Resta da capire come mai Piazza non abbia confessato prima: qui l’accusato allude ad un intruglio datogli a bere dal Mora; Manzoni nemmeno commenta, tanto è palese, l’illogicità di questo passaggio:

Risponde: io non l’ho detta, perché non ho potuto, et se io fossi stato cent’anni sopra la corda, io non haueria mai potuto dire cosa alcuna, perché non potevo parlare, poiché quando m’era dimandata qualche cosa di questo particolare, mi fugiva dal cuore, et non poteuo rispondere. Sentito questo, chiuser l’esame, e rimandaron lo sventurato in carcere.” (p. 74)

A questo punto, con Piazza riportato in custodia, inizia, o riprende un altro processo, che è quello della coscienza, e che allo scrittore, come si è notato più volte, interessa altrettanto. Manzoni si chiede quanto possa essere scusato il commissario di Sanità: verrebbe da dire parecchio, se non che la calunnia, che egli costruisce ai danni di Mora, non può mutare dall’essere colpa. Nel proprio spazio di libertà -e di assunzione di tutte le sue conseguenze- Piazza ha potuto decidere, e non c’è, su questo punto, spazio per la compassione:

Ma costretta a rispondere, la coscienza deve dire: fu anche colpevole; i patimenti e i terrori dell’innocente sono una gran cosa, hanno di gran virtù; ma non quella di mutar la legge eterna, di far che la calunnia cessi d’esser colpa. E la compassione stessa, che vorrebbe pure scusare il tormentato, si rivolta subito anch’essa contro il calunniatore: ha sentito nominare un altro innocente; prevede altri patimenti, altri terrori, forse altre simili colpe.” (p. 75)

Questo vale, come tutta la tessitura relativa al perimetro del diritto, svoltasi in questo capitolo, ha dimostrato, anche per gli accusatori:

E gli uomini che crearon quell’angosce, che tesero quell’insidie, ci parrà d’averli scusati con dire: si credeva all’unzioni, e c’era la tortura?” (p. 75)

Lo scrittore lo ha già mostrato all’inizio del capitolo: una volta messa in moto la macchina delle menzogne, essa procede sempre più veloce, alimentandosi di menzogne ulteriori. Chiudendo il capitolo, egli anticipa come il seguito della vicenda sia chiara evidenza di quella premessa:

Se, per impossibile, tutto quello che venne dopo fosse stato un concorso accidentale di cose le più atte a confermar l’inganno, la colpa rimarrebbe ancora a coloro che gli avevano aperta la strada. Ma vedremo in vece che tutto fu condotto da quella medesima loro volontà, la quale, per mantener l’inganno fino alla fine, dovette ancora eluder le leggi”. (p. 76)

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/18

Oggi: Contenuto extra

La storia e la persona

Con le pagine centrali del terzo capitolo, lo scrittore, come si è visto, abbandona quasi repentinamente l’ampia analisi delle fonti storiche per portarci vicini ad una persona che si trova davanti ad una scelta. Questo movimento richiama, con al forza della sua repentinità, l’assunto fondamentale che sostiene tutto il lavoro, cioè l’esistenza di uno spazio tra i condizionamenti esterni nei quali si svolge la vicenda degli uomini e la loro azione.

La convinzione che regge le pagine introduttive dalla Storia è che il complesso delle leggi, e delle interpretazioni delle leggi, disponibili ai giudici al tempo della peste non spiega la vicenda del processo agli untori, sia nella sua origine, che nei suoi movimenti. C’è un di più: il di più è stato rappresentato dalle scelte che di volta in volta hanno orientato gli eventi. Le pagine fin qui lette argomentano l’assunto: a partire dall’evento inziale, in cui la supposizione della prima testimone si trasforma rapidamente, per via di ingigantimento collettivo della diceria, in dato di fatto, per proseguire via via con l’uso irregolare della tortura, con la sua irregolare reiterazione, con la relazione artefatta allo Spinola e, infine, con l’altrettanto irregolare proposta d’immunità, in cambio di una confessione, all’accusato, il commissario di Sanità Piazza.

In tutto questo, fino al punto in cui è giunta la narrazione, il potente lievito che ha agito è stata la spinta dei desideri e delle passioni collettive, di quell’entità che Manzoni chiama pubblico: desideri e passioni che cercano sbrigativamente colpevoli e soluzioni. Fin qui, tutti gli atti irregolari presentati sono stati atti disposti da qualche soggetto più o meno collettivo, ma non diversamente individuato.

Il primo atto davvero personale, che Manzoni ci presenta guardandolo dal di fuori (perché, come si è detto, questa è una storia e non un romanzo) è la scelta, portatrice di nuove sventure, di un perseguitato, lo stesso Piazza. Abbiamo notato le simmetrie tra la vicenda del commissario di Sanità e quelle della monaca di Monza; in entrambe le vicende, all’autore interessa mettere il lettore di fronte al dramma della scelta perniciosa e forzata, pur sempre però, per lo scrittore, scelta.

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/17

Oggi: la storia, il romanzo, la scelta che è data a una persona.

Capitolo 3, pp. 64-70

Manzoni si concentra per alcune pagine a mettere in chiaro le incongruenze giuridiche connesse all’evento decisivo per lo sviluppo del processo: la promessa d’impunità fatta dai giudici a Piazza, in cambio di qualche rivelazione. Essa non aveva fondamenti, come lo scrittore ritiene di dimostrare attraverso le fonti. Di qui, egli si sposta velocemente dal contesto generale al commissario di Sanità in carcere: il perso della storia si pone sopra le spalle di un solo individuo.

Manzoni prepara così il cedimento di Piazza alla proposta di rivelare qualcosa, in cambio dell’impunità:

Ma chi può immaginarsi i combattimenti di quell’animo, a cui la memoria così recente de’ tormenti avrà fatto sentire a vicenda il terror di soffrirli di nuovo, e l’orrore di farli soffrire! a cui la speranza di fuggire una morte spaventosa, non si presentava che accompagnata con lo spavento di cagionarla a un altro innocente! giacché non poteva credere che fossero per abbandonare una preda, senza averne acquistata un’altra almeno, che volessero finire senza una condanna.” (p. 69)

Chi può immaginarsi: bisogna ricordare che la Storia è, appunto, la ricostruzione di come andarono dei tristi eventi di uomini; per immaginare, lo spazio è un altro: quello del romanzo, dove personaggi portati dal contesto in cui si trovano allo stremo sono seguiti dallo scrittore nei moti interiori (certo: Gertrude è la prima di questa lista). Ma la storia è la storia, il romanzo è il romanzo.

Cedette, abbracciò quella speranza, per quanto fosse orribile e incerta; assunse l’impresa, per quanto fosse mostruosa e difficile; deliberò di mettere una vittima in suo luogo.” (pp. 69-70)

Cedette; assunse; deliberò: non sappiamo quali siano stati i pensieri di Piazza, ma certo essi condussero a questo triplice movimento, che è quello -di ascendenza aristotelica- che conduce alla deliberazione, dalla quale deriva l’azione. La chiave della lettura della storia, per Manzoni, converge sempre verso un punto, il foro interiore dell’individuo e lo spazio della sua scelta.

“Ma come trovarla? a che filo attaccarsi? come scegliere tra nessuno? Lui, era stato un fatto reale, che aveva servito d’occasione e di pretesto per accusarlo. Era entrato in via della Vetra, era andato rasente al muro, l’aveva toccato; una sciagurata aveva traveduto, ma qualche cosa. Un fatto altrettanto innocente, e altrettanto indifferente fu, si vede, quello che gli suggerì la persona e la favola.” (p. 70)

Piazza deve trovare qualcuno da incolpare al suo posto, e Manzoni prova, per inferenze, a seguirlo nelle prime conseguenze della sua deliberazione: la ricostruzione, nella memoria, degli eventi, e l’appiglio ad un piccolo fatto.

Volevan dal Piazza una storia d’unguento, di concerti, di via della Vetra: quelle circostanze così recenti gli serviron di materia per comporne una: se si può chiamar comporre l’attaccare a molte circostanze reali un’invenzione incompatibile con esse.” (p. 70)

Un piccolo fatto, come un piccolo fatto è quello che ha innescato tutta la vicenda: Piazza ricorda il barbiere cui aveva commissionato un unguento, e tanto basta -l’unguento- a comporre una vicenda inverisimile, ma ben accetta alle aspettative dei giudici. Si mette così in moto una nuova macchina accusatoria.

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame /16

Oggi: la cattiva coscienza, che moltiplica azioni per non renderne conto.

Capitolo 3, pp. 62-64

Poiché la tortura non produce effetto, gli inquisitori cambiano tattica, facendo apparire al Piazzi l’eventualità dell’impunità, a patto che dica la verità; quella, beninteso, nota l’autore, che sta bene a loro:

l’auditor fiscale della Sanità, in presenza d’un notaio, promise al Piazza l’impunità, con la condizione (e questo si vede poi nel processo) che dicesse interamente la verità. Così eran riusciti a parlargli dell’imputazione, senza doverla discutere; a parlargliene, non per cavar dalle sue risposte i lumi necessari all’investigazion della verità, non per sentir quello che ne dicesse lui; ma per dargli uno stimolo potente a dir quello che volevan loro.” (p. 62)

A questo punto Manzoni introduce un nuovo reperto in questa vicenda di costruzione di verità posticce: la lettera che il Capitano di Giustizia scrive al generale Ambrogio Spinola, impegnato in quell’assedio di Casale che spesso torna come sfondo nei Promessi sposi. Si tratta di una lettera in cui le cose sono mezze taciute e mezze rimodellate, poiché, scrive l’autore,

era che avevan fatta una cosa da non potersi raccontare nella maniera appunto che l’avevan fatta; era, ed è, che la falsa coscienza trova più facilmente pretesti per operare, che formole per render conto di quello che ha fatto.” (p. 64)

Una volta avviato il suo percorso, la falsa coscienza non può far altro che produrre situazioni che le consentano di creare ancora fatti, piuttosto che disporsi a rendere conto delle sue azioni, secondo un percorso di confusione e sviamento che può fare affidamento sulla distrazione umana: perché lo Spinola era tutto concentrato sull’assedio della città piemontese, e disattento al resto:

Ma sul punto dell’impunità, c’è in quella lettera un altro inganno che lo Spinola avrebbe potuto, anzi dovuto conoscer da sé, almeno per una parte, se avesse pensato ad altro che a prender Casale, che non prese.” (p. 64)

E in quel “che non prese” si avverte la forza dell’autore, di chiudere in un breve giro di parole, dal sapore ironico, una constatazione che ha del tragico.

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/15

Oggi: la coscienza individuale e la pressione delle masse.

Capitolo 3, pp. 58-62

Il secondo giorno si apre con nuove e più pesanti torture per l’imputato Piazza. Il Senato di Milano avrebbe potuto impedirle, e Manzoni cita gli interpreti di diritto che spiegano perché ciò dovesse avvenire; ma il Senato di Milano decise invece l’aggravio a carico dell’imputato. Perché? La risposta che lo scrittore si dà è che

“il senato di Milano era tribunal supremo; in questo mondo, s’intende. E il senato di Milano, da cui il pubblico aspettava la sua vendetta, se non la salute, non doveva essere men destro, men perseverante, men fortunato scopritore, di Caterina Rosa.” (p. 59). Il Senato è supremo tribunale, nota Manzoni, di questo mondo, suggerendo così la relatività, ai suoi occhi di cristiano, di questo arbitrio. Ma, soprattutto, il Senato è messo in relazione con le aspettative della massa, il pubblico, che è aspettativa, se non di salute, di vendetta: lo scrittore ci riconduce alla dinamica delle passioni collettive che regge l’intera vicenda.

 

Qui si apre un ampio pensiero di riflessione, con il quale Manzoni ci mostra l’itinerario che ha condotto al processo: il racconto di Caterina Rosa, il dubbio da lei espresso, il dominio della passione su ogni azione successiva e, ancor più, la pressione delle attese della massa, capaci di zittire le coscienze individuali, se esse non sono salde. La pagina si sviluppa con un movimento che tocca sinteticamente tutti i protagonisti sin qui visti e che si conclude sui due attori principali della messa in scena tragica che lo scrittore sta proponendo; la coscienza dell’individuo da una parte, la pressione del pubblico dall’altra:

“tutto si faceva con l’autorità di costei; quel suo: all’hora mi viene in pensiero se a caso fosse un poco uno de quelli, com’era stato il primo movente del processo, così n’era ancora il regolatore e il modello; se non che colei aveva cominciato col dubbio, i giudici con la certezza. E non paia strano di vedere un tribunale farsi seguace ed emulo d’una o di due donnicciole; giacché, quando s’è per la strada della passione, è naturale che i più ciechi guidino. Non paia strano il veder uomini i quali non dovevan essere, anzi non eran certamente di quelli che vogliono il male per il male, vederli, dico, violare così apertamente e crudelmente ogni diritto; giacché il credere ingiustamente, è strada a ingiustamente operare, fin dove l’ingiusta persuasione possa condurre; e se la coscienza esita, s’inquieta, avverte, le grida d’un pubblico hanno la funesta forza (in chi dimentica d’avere un altro giudice) di soffogare i rimorsi; anche d’impedirli.” (p. 59).

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/14

 Oggi: le ragioni della ragione, e la violenza che cerca di prendersi la ragione.
Capitolo 3, pp. 55-57

Manzoni torna alle vicende del processo, che si presenta da subito nella luce dell’assurdità. All’inizio, Piazza risponde alle accuse con il coraggio disperato di chi è dalla parte della ragione e non ritiene di cedere alla forza che si vuole imporre:

Se me la vogliono anche far attaccar al collo, lo faccino; che di queste cose che mi hanno interrogato non ne so niente, rispose l’infelice, con quella specie di coraggio disperato, con cui la ragione sfida alle volte la forza, come per farle sentire che, a qualunque segno arrivi, non arriverà mai a diventar ragione.” (p. 55)

La tattica dei giudici è la ricerca di una contraddizione, di una piccola bugia, in modo tale da far sentire nel torto l’accusato anche di fronte alle imputazioni più grosse; ma il commissario di Sanità continua a proclamarsi innocente. Manzoni rileva questo gioco delle parti, la cui violenza aumenta progressivamente:

Volevan prima domarlo co’ tormenti; questi eran per loro gli argomenti verosimili e probabili, richiesti dalla legge; volevan fargli sentire quale terribile, immediata conseguenza veniva dal risponder loro di no; volevano che si confessasse bugiardo una volta, per acquistare il diritto di non credergli, quando avrebbe detto: sono innocente. Ma non ottennero l’iniquo intento.” (pp. 56-57)

La prima giornata d’interrogatori si conclude così.

Quaranta giorni con la Storia della colonna infame/13

Oggi: come si genera un giudizio…pregiudiziale

Capitolo 3, pp. 52-55

Dopo aver chiarito che gli interpreti del diritto avevano circoscritto l’uso della tortura ai casi di constatata evidenza della bugia, Manzoni determina la responsabilità specifica dei giudici milanesi:

Vollero appunto costoro cominciar dalla tortura. Senza entrare in nulla che toccasse circostanze, né sostanziali né accidentali, del presunto delitto, moltiplicarono interrogazioni inconcludenti, per farne uscir de’ pretesti di dire alla vittima destinata: non è verisimile; e, dando insieme a inverisimiglianze asserite la forza di bugie legalmente provate, intimar la tortura.” (p. 53)

Ma perché? Manzoni tratteggia la spiegazione nelle righe successive, mettendo in evidenza il peso determinante delle aspettative dell’opinione pubblica e richiamando in causa una passione, la furia:

non cercavano una verità, ma volevano una confessione: non sapendo quanto vantaggio avrebbero avuto nell’esame del fatto supposto, volevano venir presto al dolore, che dava loro un vantaggio pronto e sicuro: avevan furia. Tutto Milano sapeva (è il vocabolo usato in casi simili) che Guglielmo Piazza aveva unti i muri, gli usci, gli anditi di via della Vetra; e loro che l’avevan nelle mani, non l’avrebbero fatto confessar subito a lui!” (p. 53)

La diceria si era fatta già processo, e giudizio, e questo sollecitava i giudici a fare con furia. C’è la dinamica della diffusione dei giudizi bell’e fatti dei tempi stessi in cui viviamo.

Manzoni si fa quindi portatore di una possibile obiezione: quella per cui l’uso della tortura fosse giustificato dall’esecrabilità del delitto. Ma anche questa obiezione non regge: gli scrittori di diritto, caso mai, intensificano la sanzione quando è il momento della pena, non nella procedura dell’indagine:

Si dirà forse che, in faccia alla giurisprudenza, se non alla coscienza, tutto era giustificato dalla massima detestabile, ma allora ricevuta, che ne’ delitti più atroci fosse lecito oltrepassare il diritto? Lasciamo da parte che l’opinion più comune, anzi quasi universale, de’ giureconsulti, era (e se al ciel piace, doveva essere) che una tal massima non potesse applicarsi alla procedura, ma soltanto alla pena.” (p. 53)