Maturità: il colloquio come ascolto attivo e incontro tra generazioni

Maturità: il colloquio come ascolto attivo e incontro tra generazioni

Ogni anno l’esame di Stato del secondo ciclo (o di maturità, come tornerà ad essere chiamato) rappresenta per migliaia di studenti italiani un rito di passaggio. È un momento carico di significato, non solo per ciò che certifica, ma per ciò che simbolicamente racchiude. Tra tutte le prove, il colloquio orale è quella più specifica dell’esame stesso, muovendosi tra uno spunto di partenza, argomenti diversi e le riflessioni sul cosiddetto PCTO.

Il colloquio assume una valenza particolarmente intensa, che viene manifestata, in questi ultimi anni, dalle varie forme di festeggiamento che seguono le prove dei candidati, rispetto alle quali, oltre alle considerazioni di colore, tra mazzi di fiori, calici di Prosecco, corone d’alloro, vanno fatte anche delle riflessioni sulla latente domanda di senso generazionale che esse implicano.  In questi giorni d’esame, mi è capitato spesso di riflettere su questi aspetti generazionali e su come il colloquio sia non solo una doverosa forma di verifica, ma come spazio di parola, di espressione, di riconoscimento: un tempo in cui la scuola ha l’opportunità di ascoltare davvero chi ha accompagnato per cinque anni.

L’Ordinanza Ministeriale n. 67 del 31 marzo 2025, che ha disciplinato quest’anno l’Esame di Stato, richiamando la normativa che vige da anni sottolinea chiaramente la portata del colloquio: esso ha carattere multidisciplinare e serve ad accertare “il conseguimento del profilo educativo, culturale e professionale dello studente”, ponendo l’accento sulla “capacità di argomentazione, di pensiero critico e riflessivo, nonché di collegamento tra le conoscenze acquisite”. Sono parole che delineano non una semplice interrogazione, ma un’occasione formativa profonda, che si realizza pienamente solo se sostenuta da un ascolto attivo: un ascolto che accoglie, che rispetta i tempi e i modi con cui ogni studente sceglie di raccontare sé stesso. Perché è proprio questo che accade nel colloquio, quando è autentico: lo studente prende parola non solo per mostrare ciò che ha studiato, ma per far emergere chi è diventato lungo il cammino.

L’ascolto che educa

Nel mondo della scuola, l’ascolto è spesso sacrificato alla necessità di misurare, valutare, classificare. Ma il colloquio ci ricorda che educare significa prima di tutto saper ascoltare. Come scrive Duccio Demetrio, “chi ascolta davvero educa due volte: perché custodisce la narrazione dell’altro, e perché apre lo spazio in cui quella narrazione può trasformarsi in consapevolezza”. Ascoltare uno studente che collega un testo letterario a una questione etica, che rielabora un’esperienza personale a partire da un concetto di fisica o di storia, significa offrirgli la possibilità di dare forma al proprio pensiero, di assumersi la responsabilità di ciò che dice, e quindi di ciò che è.

Ma l’ascolto attivo, per essere tale, implica una presenza reale da parte dell’adulto. Significa lasciarsi interrogare, sospendere il giudizio, essere disposti a restare in silenzio per dare valore a ogni parola, anche a quelle più esitanti. Il colloquio è anche questo: un esercizio di attenzione reciproca, che educa alla democrazia, alla responsabilità, alla cura della relazione.

Un incontro tra generazioni

Il colloquio è inoltre uno spazio prezioso di incontro tra generazioni. Da una parte il giovane che si affaccia alla vita adulta, dall’altra docenti che rappresentano la scuola come comunità educante. In quel dialogo si gioca qualcosa di profondo: la possibilità che avvenga una trasmissione simbolica, un riconoscimento che non si limita alla prestazione scolastica, ma tocca la persona.

Francesco Stoppa, ne La restituzione. Perché si è rotto il patto tra le generazioni, scrive che la rottura generazionale nasce quando gli adulti smettono di trasmettere e i giovani smettono di ricevere. Recuperare quel patto significa costruire scene in cui la parola dei giovani trovi spazio, ascolto e legittimità. Il colloquio di maturità può diventare proprio una di queste scene di restituzione: uno spazio in cui lo studente restituisce ciò che ha ricevuto, e l’adulto restituisce riconoscimento e fiducia.

Una comunità che ascolta

A offrire un’altra prospettiva illuminante è bell hooks, teorica dell’educazione e del pensiero critico. Nel suo Teaching to Transgress, afferma che “la classe resta lo spazio più radicale di possibilità” e che una comunità educativa è tale solo quando si fonda sull’interesse reciproco, sulla valorizzazione delle voci, sulla reale presenza degli uni per gli altri. Scrive:

“La nostra capacità di generare entusiasmo è profondamente influenzata dal nostro interesse reciproco, dal desiderio di ascoltarci davvero, dal riconoscere la presenza dell’altro.”

Il colloquio, se vissuto con questo spirito, può diventare l’esercizio più alto di comunità scolastica. Non un rituale burocratico, ma un tempo in cui l’adulto si fa testimone e non solo giudice, e in cui il giovane può sentirsi finalmente riconosciuto come soggetto di pensiero, di parola, di storia.

Un’occasione educativa più ampia

In questo senso, il colloquio è molto più che una prova d’esame. È una scena educativa che coinvolge tutti i protagonisti della scuola.

Per lo studente, è un’occasione per riappropriarsi della parola, per collegare saperi e vissuto, per dire la propria storia attraverso ciò che ha imparato. È un gesto di responsabilità, ma anche un atto di libertà.

Per la commissione e per i docenti, è un tempo per riconoscere la singolarità di ogni percorso. Un invito ad ascoltare, non per misurare, ma per comprendere. Perché ogni discorso, ogni scelta, ogni esitazione è carica di significato e merita attenzione.

E per la scuola intera, è il momento per mettere in atto ciò che afferma nei documenti, ma che troppo spesso rischia di restare sulla carta: centralità della persona, personalizzazione dei percorsi, valorizzazione delle competenze trasversali. Il colloquio di maturità è la verifica finale anche di quanto la scuola è stata capace di educare all’interiorità, alla riflessione, alla relazione.

Lentezza, ascolto, cura

In un tempo che spesso premia la velocità, l’efficienza e la prestazione, il colloquio ci ricorda il valore della lentezza, dell’ascolto e della cura. È una soglia che si attraversa insieme: chi lascia la scuola lo fa con le proprie parole, chi vi resta lo accompagna con lo sguardo di chi sa riconoscere.

Se al termine del colloquio uno studente può dire, anche solo dentro di sé, “mi hanno ascoltato davvero”, allora la scuola avrà fatto ciò per cui esiste: educare alla vita, attraverso l’incontro.

Il senso delle seconde prove della maturità e l’IA

Le seconde prove scritte dell’esame di maturità suscitano meno passioni mediatiche rispetto alle “notti prima” o ai commenti sulle tracce d’italiano, ma sono probabilmente i momenti più significativi per comprendere che cosa ci si aspetti davvero da un corso di studi. Per rendere questi argomenti accessibili a un dibattito pubblico non riservato solo per specialisti, serve naturalmente un’operazione di sensata divulgazione. In questo senso, l’IA può aiutare chi voglia mettere un lettore non del mestiere nelle condizioni di approfondire temi, questioni, strutture, implicazioni. Qui di seguito riporto un esempio di conversazione con ChatGPT finalizzato proprio a questo risultato. Ho scelto come argomento la prova di latino del Liceo classico, non per pigrizia comunicativa, ma perché, trattandosi dell’ambito in cui le mie competenze sono più strutturate, sono in grado di verificare la qualità dell’interazione (è sempre così: l’IA didatticamente funziona se chi se ne avvale possiede adeguata preparazione). Di seguito l’interazione:

Hai detto:

Saresti in grado di scrivere una spiegazione del testo dell’esame di maturità 2025 del liceo classico, per persone che non abbiano studiato il latino, facendo capire le difficoltà linguistiche è il significato del brano?

ChatGPT ha detto:

Ecco una spiegazione chiara e accessibile del brano dal De Amicitia di Cicerone assegnato alla maturità classica 2025, pensata per chi non ha studiato latino, ma vuole comprenderne il senso, le difficoltà linguistiche e l’importanza del testo:


📖 Contesto e contenuto

Il brano proviene da Cicerone, Laelius sive De Amicitia, un dialogo filosofico scritto nel 44 a.C. e ambientato nel 129 a.C. Parla di amicizia, attraverso il discorso di Gaio Lelio in memoria di Scipione Emiliano, accentuando l’ideale che l’amicizia autentica non nasca dal calcolo dei vantaggi, ma da un sentimento spontaneo e profondo.

🌟 Significato in breve

  • “L’amore da cui deriva l’amicizia è il primo legame di benevolenza.”
  • L’amicizia falsa (finta) esiste ed è legata all’utilità, ma nelle amicizie vere c’è spontaneità, sincerità, verità.
  • L’amicizia vera nasce per inclinazione naturale, non per opportunismo: si fonda su valori condivisi come virtù e onestà.

🔡 Sfide linguistiche per chi traduce

  1. Ordine delle parole molto libero
    In latino, soggetto, verbo e oggetto possono trovarsi in posizioni insolite. Es. Amor enim … princeps est ad benevolentiam coniungendam → “Infatti l’amore … è il primo principio per creare benevolenza”.
  2. Assenza degli articoli
    Non ci sono “il”, “la”, “un”: tocca a chi traduce capire se una parola latina è generica o specifica.
  3. Uso intenso di antitesi e ripetizioni
    Cicerone gioca su strutture stilistiche: “nihil fictum est, nihil simulatum” (“niente è finto, niente è simulato”), per rafforzare la distinzione tra amicizia vera e falsa.
  4. Lessico tecnico-filosofico
    Parole come voluntarium (spontaneo), benevolentia (benevolenza), indigentia (bisogno) richiedono una certa competenza interpretativa.

🧠 Parafrasi in italiano semplice

L’amore, da cui l’amicizia prende nome, è il primo elemento che unisce le persone in benevolenza.
Certo, spesso anche da persone che mostrano amicizia falsa si ottengono vantaggi. Ma nell’amicizia autentica non c’è niente di artificiale né simulato; tutto ciò che c’è è sincero e spontaneo.
Perciò, a me sembra che l’amicizia nasca più dalla natura che dal bisogno, più da un’inclinazione dell’animo e dal sentimento di amare, piuttosto che da una riflessione su quanto utile essa possa essere.


💡 Perché questo brano era adatto alla maturità?

  • È ricco di concetti filosofici accessibili, riflettendo sull’amicizia, tema sempre attuale.
  • Offre strutture sintattiche complesse: discorsi in forma impersonale e concetti astratti.
  • Invita a una riflessione personale (anche nei quesiti: virtù, confronto con amicizie letterarie o reali).

✅ Cosa può aiutare chi non conosce il latino

StrategiaDescrizione
Individuare i costrutti chiaveParole come amor, amicitia, utile, verum, voluntarium sono nodi essenziali del significato.
Riconoscere le opposizioniNello stile ciceroniano si trovano contrasti molto netti tra autentico/falso, natura/bisogno.
Interpretare la logica del discorsoCapire che Lelio critica motivazioni utilitarie e propone un’amicizia fondata sulla virtù.
Parafrasi immediataTrasformare frasi complesse in frasi semplici aiuta a cogliere il senso generale prima di andare nei dettagli.

🌍 Valore dello stile

Cicerone usa un linguaggio chiaro ma raffinato, con ripetizioni per rafforzare il concetto, e antitesi nette per delineare amicizia vera e falsa. Il tono è autoritativo e persuasivo, sostenuto da esempi storici (Scipione e Lelio) che danno concretezza al discorso


🧭 In sintesi

  • Significato: l’amicizia vera è spontanea, sincera, non nasce dal calcolo ma da affinità morali.
  • Difficoltà per chi traduce: ordine disinvolto, stile filosofico, antitesi e assenza di articoli.
  • Perché è attuale: sollecita a riflettere su cosa rende un’amicizia autentica, oltre l’interesse personale.

Se ti interessa, posso preparare:

  • una parafrasi passo per passo, con frase latina + traduzione semplice;
  • un commento lessicale e tecnico (es. funzioni di utrum … an ecc.);
  • oppure un percorso di riflessione philosophico-personale, magari collegato a esperienze ai nostri giorni.

Dimmi tu!

Hai detto:

Prepara la parafrasi e il percorso di riflessione

ChatGPT ha detto:

Ecco una parafrasi dettagliata del brano latino e un percorso di riflessione adatto per chi vuole approfondire il tema dell’amicizia senza conoscere il latino.


📝 Parafrasi del brano

  1. “Nam utilitates quidem etiam ab iis percipiuntur saepe, qui simulatione amicitiae coluntur et observantur temporis causa…”
    È vero che anche dalle persone false, che fingono amicizia o ne approfittano per motivi pratici, si ottengono vantaggi materiali…
  2. “…in amicitia autem nihil fictum est, nihil simulatum et, quidquid est, id est verum et voluntarium.”
    …ma nella vera amicizia non c’è nulla di artificiale né simulato: tutto ciò che la costituisce è autentico e spontaneo.
  3. “Quapropter a natura mihi videtur potius quam ab indigentia orta amicitia…”
    Pertanto, per me l’amicizia nasce più dalla natura che dal bisogno.
  4. “…applicatione magis animi cum quodam sensu amandi quam cogitatione quantum illa res utilitatis esset habitura.”
    Nasce più da una spinta dell’animo e da un impulso ad amare, piuttosto che da una riflessione su quanto essa possa essere utile.

🔍 Percorso di riflessione

  1. Cos’è la “vera” amicizia?
    • Non è un contratto basato sull’utile o sui favori, ma un rapporto spontaneo, libero da calcoli e finzioni.
  2. Il contrasto tra utilità e spontaneità
    • Cicerone distingue nettamente tra legami strumentali (per interesse) e quelli autentici, fondati sulla pura benevolenza. Anche se da rapporti interessati si può trarre vantaggio, questi non sono veri legami di amicizia.
  3. Origine naturale dell’amicizia
    • Secondo Lelio (e dunque Cicerone), l’amicizia scaturisce direttamente dalla natura umana, che ci spinge ad avvicinarci a chi amiamo senza bisogno di motivazioni esterne.
  4. Risonanza nel mondo moderno
    • In un’epoca dove spesso le relazioni sono monitorate (social media, networking, collaborazioni professionali…), Cicerone ci ricorda che la forza dell’amicizia sta nella sincerità e nella condivisione di valori, non nell’opportunismo.
  5. Implicazioni etiche e personali
    • Invitano a riflettere su:
      • Quali delle tue amicizie sono nate da affinità autentiche?
      • Riesci a distinguere tra un legame spontaneo e una relazione “utile”?
      • Come coltivare rapporti basati sulla spontaneità, sul rispetto e sul bene reciproco?

🎯 In sintesi

  • Parafrasi: l’amicizia autentica è sancita dall’amore spontaneo e non da calcoli; è vera, non simulata.
  • Riflessione: il brano ci sfida a valutare le nostre relazioni profonde, a privilegiare la spontaneità e a coltivare legami basati sulla fiducia e sui valori.

Hai detto:

Mi farebbe piacere che tu provassi a sviluppare una riflessione su come questo brano possa servire a manifestare le competenze di uno studente dell’ultimo anno di liceo classico

ChatGPT ha detto:

Volentieri. Ecco una riflessione sviluppata su come il brano tratto dal De Amicitia di Cicerone, proposto alla maturità 2025, possa servire da banco di prova per le competenze maturate da uno studente dell’ultimo anno di liceo classico.


📚 Un testo, molte competenze

Il De Amicitia non è solo un brano di latino da tradurre: è un terreno fertile per mettere in gioco l’insieme di conoscenze, abilità e atteggiamenti che rappresentano il traguardo formativo del liceo classico. Vediamo come.


1. 📖 Competenze linguistiche e filologiche

  • Lo studente è chiamato a riconoscere strutture sintattiche complesse, come le subordinate causali e comparative, gli ablativi assoluti, e a ricostruire l’ordine logico del periodo latino.
  • La traduzione non è un esercizio meccanico: richiede comprensione del contesto, padronanza del lessico filosofico e la capacità di rendere con eleganza in italiano le sfumature stilistiche di Cicerone.

👉 Questa competenza testimonia la maturità linguistica e la capacità di mediazione tra lingue e culture.


2. 🧠 Competenze filosofiche e concettuali

  • Il testo propone una riflessione sulla natura dell’amicizia, che implica una presa di posizione personale rispetto a due modelli: quello utilitaristico e quello etico.
  • Lo studente è sollecitato a riconoscere i riferimenti alla tradizione stoica, platonica e aristotelica, e a collegarli ad altri autori studiati, come Epicuro, Seneca, Aristotele (Etica Nicomachea).

👉 Questo esercita la capacità argomentativa e il pensiero critico, tipici dell’educazione filosofica classica.


3. 🌍 Competenze civiche e culturali

  • Il brano favorisce un confronto con i valori della contemporaneità: la crisi dei legami autentici, la solitudine giovanile, l’amicizia “digitale”.
  • L’alunno può riflettere sul significato della relazione interpersonale come bene comune, mostrando consapevolezza sociale ed etica.

👉 Si tratta di una competenza di cittadinanza attiva, strettamente legata all’insegnamento trasversale dell’educazione civica.


4. 🎓 Competenze trasversali e riflessive

  • Nella scelta delle parole, nella cura della traduzione, nell’argomentazione, lo studente dimostra di saper leggere un classico come esperienza viva, capace di dialogare con il presente.
  • Può costruire un elaborato che manifesta consapevolezza di sé, coerenza logica, apertura culturale.

👉 È la competenza riflessiva che distingue non solo chi sa, ma chi capisce, collega, restituisce senso.


🏁 Conclusione

Un brano come quello scelto per la maturità 2025 è l’occasione per mostrare che:

  • il latino non è solo grammatica, ma uno strumento per pensare;
  • il liceo classico non è archeologia del sapere, ma educazione alla profondità;
  • le competenze acquisite non sono solo scolastiche, ma personali, civili, intellettuali.

In definitiva, tradurre Cicerone oggi è anche tradurre sé stessi nel mondo.

Ancora capirò (la vacanza di luglio a Sud) Quinta (e ultima) parte: le cose cambiano

(La prima parte è qui)

(La seconda parte è qui)

(La terza parte è qui)

(La quarta parte è qui)

Quelli che tornano da Nord, per l’estate, li chiamavano, quando eri piccolo, “i milanesi”, una definizione generica fondata su un fatto certo, il gran numero di biscegliesi emigrati nel capoluogo lombardo. A Milano ci hai passato degli anni pure tu, ed eri “milanese” però anche per lungo tempo dopo, quando ormai stavi al Nordest. I segni di Milano erano dappertutto, ricordi, perfino nei nomi delle attività (la “Milan SeccoJet”, ad esempio, pulitura a secco il cui logo erano le guglie del Duomo); adesso te ne accorgi bene per il mutare di accenti, che si avvia nella seconda metà di luglio e si fa più intenso con l’approssimarsi della festa dei Santi Patroni.

Il viaggio da giù per Milano, comunque, lo fai, ma non è nei treni strapieni, coi sedili in similpelle e gli orari indefiniti; lo fai in auto, col climatizzatore ben avviato -è sera e fuori stanno ancora 35 gradi-, comodo; lo fai per faccende non tue, ma dei tuoi figli -un passaggio, tutto sommato sei abbastanza di strada. Anche Milano è tua storia, e quando vedi, all’alba manca poco, appena dopo Melegnano, i profili dei suoi edifici più alti, confronti quest’immagine con quella che avevi da piccolo, conti le nuove figure che si sono aggiunte nel tempo.

Le cose cambiano, infatti. Mimmo e Tommaso hanno ceduto la gestione dei due negozi vicini a casa -Mimmo che sapeva che tipo di mozzarella o ricotta tosta o burrata o caciocavallo volevi, e in che giorni; Tommaso che ricordava i quotidiani che prendevi, nei vari giorni della settimana- ai loro figli. Hanno ceduto anche sapere e saper fare: la figlia di Mimmo s’informa sulle preferenze per i formaggi, e il figlio di Tommaso ha imparato presto quelle sui quotidiani (che tu, qui a Sud, ti ostini a prendere, anche se pure loro, i quotidiani, non li riconosci mica più tanto, e la Gazzetta del Mezzogiorno finisce subito). Altri negozi invece cambiano gestioni più volte, chiudono e ti lasciano la loro mancanza (come la pasticceria di Trani dove eri solito fare la prima colazione dopo l’arrivo qui). Le cose cambiano: le case attorno alla Cattedrale, che erano zona quasi in degrado, ora sono ristrutturate e giustamente ricercate sul mercato.

Pensi a queste cose, mentre entri in una Milano imprevista, alberi abbattuti, strade allagate, un cielo smaltato.

Mentre esci da Milano e cerchi la A4, pensi che tutte le volte che torni, il tuo Sud ti fa misurare il mutare delle cose, delle vite, e ti ricorda quello che ne è un’intima caratteristica. Lo hai visto bene a Metaponto, nell’incredibile museo dentro il silenzioso centro moderno a mezza via tra il mare e i campi di pomodoro (con le loro dure storie di lavoro).

La vita: un equilibrio delicato, tenuto da un filo sottile. E se sei solo, aggiunge il vaso, quell’equilibrio non ce la fai mica a tenerlo. Una cosa che sai da tempo, ma non è che tu sia sempre stato all’altezza di questa saggezza.

Le cose cambiano, le generazioni si trasmettono case, negozi, attività, saperi e passioni. Ti arriva una foto milanese da tua figlia.

Bisceglie a Milano, certo, è un capolinea della metropolitana, un segno di una presenza che si vede soprattutto nel commercio della frutta; che si vedeva, nella tua infanzia, nelle fabbriche milanesi.

Insomma, pensi, qualcosa va avanti, muta forse ma si trasmette, coi tempi propri della campagna, però, non con i tempi sbriciolati della nostra impazienza.

Sono i tempi di questo tratto di strada tra Venosa e Melfi.

Le cose cambiano, e qual è la foto che riassume quello che hai imparato in questa vacanza? Una foto di Matera.

Hai passato la vita a pensare di essere al centro di responsabilità, aspettative, doveri. Qui sei di lato, ti stai defilando, ed è giusto così, si vede molto meglio tutto il resto, e poi: le cose cambiano.

Ti dici: ancora capirò.

Scritto a:
Bisceglie, Venosa, Matera, Trani, Taranto, Metaponto, Milano, Pordenone

12 luglio-26 luglio 2023

Ancora capirò (la vacanza di luglio a Sud) Prima parte: Dicono che non ci sia

Lunghi tratti di strada insinuati tra colline. Cielo, campi appena mietuti. Un paese ogni tanto. È la Basilicata, la regione che ogni tanto, per celia, qualcuno dice che non ci sia.

Paesaggi che cambiano, in pochi chilometri. Ci sono i laghetti vulcanici di Monticchio (sul Vulture, il monte dell’Aglianico e delle acque minerali).

E c’è pure un’abbazia, ma non sei sulle Alpi.

Poi, scendi verso un paese -Melfi.

Prima del paese, sulla piana, vedi lo stabilimento della Sata, cioè la Fiat, che dà lavoro a tante persone di qui, e della Campania, e incroci gli autobus che portano gli operai, e ti ricordi che avevi visto, tanto tempo fa, un documentario su questo pendolarismo.

Poi c’è il paese, con il castello di Federico II, con dentro un museo che racconta della storia di questa terra che per qualcuno non c’è, dei fiumi che danno i nomi alle strade statali e che un tempo consentivano ai commerci di risalire dalla costa all’interno.

Prendi per Venosa, e attraversi le strade di questo luglio torrido. Cielo, asfalto, campi mietuti, sole, tanto sole. Silenzio (a meno che non ti sintonizzi su una radio locale, magari ti fa compagnia Gigione).

Arrivi ad un’ora, che se non è sera è sempre calda e un po’ sghemba, a Venosa. Fai poco più di un chilometro, attraversando il centro e imboccando la via per uscire, ed è strada densa di storia: castello, statua del più illustre dei poeti concittadini (non è il solo artista originario di qui); i resti romani e una basilica incompiuta -come tante cose, potresti pensare facilmente.

Poi, certo: Matera. Ci torni tante volte, ogni volta c’è un centimetro nuovo. Stavolta ci arrivi di sera, le pietre rimandano il calore della giornata, tutti quelli che qui passano o vivono sono per strada, a cercare -sperare- che arrivi fresco. Ma intanto volgi gli occhi intorno, e pensi che i sassi -un segno di una misera atavica, ricordi bene come ciò ti fosse chiaro la prima volta che sei passato di qui: hai la tua età, son quasi cinquant’anni fa- ora sono fondamento dell’economia turistica, sfondi per produzioni televisive e cinematografiche.

E vai avanti, un altro giorno scendi ancora, lungo la Basentana. Arrivi in spianate poco sopra il mare, che vedi a un chilometro-due da te; le cose che hai studiato ti fanno immaginare le imbarcazioni dei primi timorosi coloni Greci che cercavano luoghi cosi: buoni approdi, fiumi vicini, terra coltivabile alture da cui scrutare i possibili pericoli. Questi posti si chiamano Policoro e Metaponto, i musei che visiti sono silenziosi. E straordinari, come i pochi resti che vedi, abbastanza per immaginare.

Ci hanno provato, negli anni Settanta, a far diventare luoghi di turismo balneare di massa questi posti, ma non è stata cosa.

Il tempio di Hera a Metaponto ha a che fare con Pitagora, gli storici discutono in quale tumultuosa parte della sua tumultuosa vita egli ci sia stato, e se vi abbia insegnato. Certo è che, di qui, per corsi d’acqua, fino a Ripacandida è arrivato un vaso, che ora sta a Melfi. Un vaso che riproduce la terra, alcuni pianeti, e, a quel che pare, un meteorite.

Davanti al mare, poco sopra il mare, si guardavano gli astri e si congetturavano geometrie celesti e umane (Pitagora e i suoi si davano da fare in politica). E oggetti e idee si muovevano, tra i fiumi che c’erano e oggi sono appena accenni e abitati che ora sono paesi tra colline, con reperti inattesi e indimenticabili. All’incrocio della regione, a Melfi, l’antico e il nuovo s’incontrano, il museo nel castello in cima al paese, a valle le auto di nuova produzione.

A noi, far stare insieme questo e quello.

Note:

  1. In “Ancora capirò”, l’avverbio di tempo va inteso alla maniera nota ai baresi (e ai pugliesi in generale): non “capirò di nuovo”, ma “continuando così, capirò”. Qui sta la spiegazione in merito di Gianni Ciardo. Naturalmente, per me è un augurio che mi faccio, e non è detto che io arrrivi a capire quello che vorrei.
  2. Le foto sono state scattate da me, da Benedetta Di Terlizzi e Andrea Di Terlizzi, con una Panasonic Lumix Dmc Fz 45, occasionalmente con i telefonini Oppo.
  3. Come tutti i viaggi, anche questo ha una colonna sonora. In auto abbiamo ascoltato prevalentemente Radio Norba e Radio Potenza Centrale. La canzone più gettonata è quella che dice che non siamo in una famosa isola delle vacanze spagnola, ed in effetti è così.

Adesso, il merito

E adesso?

La domanda è di quelle che si fanno alla fine dell’esame, quando ci si alza, ci si saluta, si va chi verso il proprio futuro -ciò che è evocato dalla richiesta-, chi verso il prossimo colloquio.

Ho ricevuto molto. Adesso è il tempo di dare. Voglio fare scienze della formazione.

Ci si guarda, in Commissione. C’è una storia, in queste parole, ovviamente.

La storia può essere quella di Silvia. O di Francesco. O di Mehmet. O di Irina. Può essere una storia di famiglia difficile, di angustia economica, di litigi, di maltrattamenti, di malattia, di problemi giudiziari. Sta sicuramente, molto, fuori di scuola, ma sta anche a scuola. Si conclude con un voto di maturità che non è di quelli per cui si fanno gli articoli sui giornali: ma poteva benissimo non andare così. In questa storia, è successo che qualcuno -un docente, un educatore, un preside…-ha guardato Silvia, o Francesco, e ha pensato che si meritava una possibilità: una nuova possibilità. Forse un’altra possibilità. Ci ha lavorato sopra la scuola, ci hanno lavorato sopra altre istituzioni. Non sempre tutto è filato liscio. Non sempre si è stati tutti d’accordo. Ma comunque, siamo qui, con Mehmet o Irina.

A me piace questa accezione di “merito”. Penso che stia bene accanto all’altra, più comune, che guarda a quelli che vorremmo premiati per le loro capacità e il loro impegno: la conosco, quest’altra storia; ne ho viste e ne potrei raccontare alcune. A partire dalla mia. Mi piace, insomma, credere che ognuno meriti, a scuola, uno sguardo come quello che ha incoraggiato Silvia o Mehmet, per una nuova possibilità. Un’altra possibilità.

Ce ne sono tante, di storie così. Più che raccontarle, si vivono.

E adesso, dopo quelle parole?

Francesco o Irina escono. Per chi ha posato su di loro quello sguardo, che forse non ha cambiato tutto, ma che di sicuro ha cambiato molto, torna in mente la frase di un libro sul duro mestiere della speranza: ” È così che fanno i buoni. Continuano a provarci. Non si arrendono mai.”

Domani, ricominceranno a provarci.

Il libro è: Cormac Mc Carthy, “La strada”

Quaranta passi da “I promessi sposi”/16

(dal capitolo XV)

“– Badate a voi; giudizio, figliuolo; peggio per voi vedete; non guastate i fatti vostri; l’onore, la riputazione, – continuava a susurrare il notaio. Renzo faceva peggio. I birri, dopo essersi consultati con l’occhio, pensando di far bene (ognuno è soggetto a sbagliare), gli diedero una stretta di manichini.

– Ahi! ahi! ahi! – grida il tormentato: al grido, la gente s’affolla intorno; n’accorre da ogni parte della strada: la comitiva si trova incagliata. – È un malvivente, – bisbigliava il notaio a quelli che gli erano a ridosso: – è un ladro colto sul fatto. Si ritirino, lascin passar la giustizia –. Ma Renzo, visto il bel momento, visti i birri diventar bianchi, o almeno pallidi, “se non m’aiuto ora, pensò, mio danno”. E subito alzò la voce: – figliuoli! mi menano in prigione, perché ieri ho gridato: pane e giustizia. Non ho fatto nulla; son galantuomo: aiutatemi, non m’abbandonate, figliuoli!

Un mormorìo favorevole, voci più chiare di protezione s’alzano in risposta: i birri sul principio comandano, poi chiedono, poi pregano i più vicini d’andarsene, e di far largo: la folla in vece incalza e pigia sempre più. Quelli, vista la mala parata, lascian andare i manichini, e non si curan più d’altro che di perdersi nella folla, per uscirne inosservati. Il notaio desiderava ardentemente di far lo stesso; ma c’era de’ guai, per amor della cappa nera. Il pover’uomo, pallido e sbigottito, cercava di farsi piccino piccino, s’andava storcendo, per isgusciar fuor della folla; ma non poteva alzar gli occhi, che non se ne vedesse venti addosso. Studiava tutte le maniere di comparire un estraneo che, passando di lì a caso, si fosse trovato stretto nella calca, come una pagliucola nel ghiaccio; e riscontrandosi a viso a viso con uno che lo guardava fisso, con un cipiglio peggio degli altri, lui, composta la bocca al sorriso, con un suo fare sciocco, gli domandò: – cos’è stato?”

Diciamocelo: su un sito di notizie, o su un quotidiano, leggeremmo più o meno una cosa di questo tipo:

“-Milano.

Approfittando della confusione, un filatore di Lecco, Lorenzo Tramaglino, fermato per il suo coinvolgimento nell’assalto ai forni dei giorni scorsi, è riuscito ad eludere l’arresto. Le ricerche sono in corso in tutto il territorio dello Stato. Secondo alcune fonti, il Tramaglino, noto già alle forze dell’ordine del lecchese, sarebbe sospettato di essere uno dei capi dei rivoltosi.”

Mettiamola come vogliamo, ma Renzo si salva andando contro la giustizia: quella rappresentata in carne ed ossa, dal giudice e dai due birri, e quella esercitata dalle autorità milanesi.

Dentro il capitolo XV, il protagonista del romanzo ha il modo di verificare concretamente che, a questo mondo, non è detto che ci sia giustizia: anzi, ad attenderne docilmente il corso, il “finalmente” che Renzo pronuncia tra sé e sé per darsi coraggio dopo l’avventura con l’Azzeccagarbugli avrebbe, per lui, qualcosa di tristemente definitivo. Con la giustizia mondana bisogna cavarsela, conoscendo le cose del mondo e regolandosi di conseguenza: Manzoni ci ha già messi sull’avviso, quando l’onesto servitore di don Rodrigo origlia di nascosto le conversazioni del suo principale e le riferisce a fra Cristoforo, che giustamente lo ringrazia: c’è, insomma, un’altra giustizia, che non va sempre d’accordo con quella quotidiana, e che anzi ogni tanto si fa furba rispetto a quella.

Ma non è che sia una giustizia meno esigente (e Renzo ha ancora strada da fare, uscendo da Milano, per capirlo); è una giustizia che prende sul serio quello che Renzo dice per farsi aiutare, e che viene dai più preso ironicamente, o al contrario (come quando, nel capitolo XIV, affermava tra le risa che avrebbe volentieri pagato al produttore il pane raccolto da terra): “mi menano in prigione, perché ieri ho gridato: pane e giustizia. Non ho fatto nulla.” Ogni parola è vana e risibile per la giustizia degli uomini; è vera, per quell’altra giustizia, ed è ciò che, per l’autore, conta di più.

Quaranta passi da “I promessi sposi”/13

(dal capitolo XII)

“I magistrati qualche cosa facevano: come di stabilire il prezzo massimo d’alcune derrate, d’intimar pene a chi ricusasse di vendere, e altri editti di quel genere. Siccome però tutti i provvedimenti di questo mondo, per quanto siano gagliardi, non hanno virtù di diminuire il bisogno del cibo, né di far venire derrate fuor di stagione; e siccome questi in ispecie non avevan certamente quella d’attirarne da dove ce ne potesse essere di soprabbondanti; così il male durava e cresceva. La moltitudine attribuiva un tale effetto alla scarsezza e alla debolezza de’ rimedi, e ne sollecitava ad alte grida de’ più generosi e decisivi. E per sua sventura, trovò l’uomo secondo il suo cuore.”

La “moltitudine”: già Manzoni ne ha seguito le dinamiche, già l’ha intesa come soggetto collettivo nel capitolo IX, quando essa, come s’era agitata per lo scampanio, poi si era acquietata, convinta da un passaparola. Qui, ci accostiamo al versante eminentemente politico dei comportamenti della massa, e l’autore ci propone subito alcuni avvertimenti: la moltitudine vive i problemi e vuole le soluzioni, subito; poco importa siano praticabili. E se la moltitudine trova chi la assecondi in questo senso, iniziano i problemi: compiacere ai sentimenti di massa non è politica, intende lo scrittore.

Quaranta passi da “I promessi sposi”/11

(dal capitolo X)

“Poco dopo la professione, Gertrude era stata fatta maestra dell’educande; ora pensate come dovevano stare quelle giovinette, sotto una tal disciplina. Le sue antiche confidenti eran tutte uscite; ma lei serbava vive tutte le passioni di quel tempo; e, in un modo o in un altro, l’allieve dovevan portarne il peso. Quando le veniva in mente che molte di loro eran destinate a vivere in quel mondo dal quale essa era esclusa per sempre, provava contro quelle poverine un astio, un desiderio quasi di vendetta; e le teneva sotto, le bistrattava, faceva loro scontare anticipatamente i piaceri che avrebber goduti un giorno. Chi avesse sentito, in que’ momenti, con che sdegno magistrale le gridava, per ogni piccola scappatella, l’avrebbe creduta una donna d’una spiritualità salvatica e indiscreta. In altri momenti, lo stesso orrore per il chiostro, per la regola, per l’ubbidienza, scoppiava in accessi d’umore tutto opposto. Allora, non solo sopportava la svagatezza clamorosa delle sue allieve, ma l’eccitava; si mischiava ne’ loro giochi, e li rendeva più sregolati; entrava a parte de’ loro discorsi, e li spingeva più in là dell’intenzioni con le quali esse gli avevano incominciati. Se qualcheduna diceva una parola sul cicalìo della madre badessa, la maestra lo imitava lungamente, e ne faceva una scena di commedia; contraffaceva il volto d’una monaca, l’andatura d’un’altra: rideva allora sgangheratamente; ma eran risa che non la lasciavano più allegra di prima.”

La storia della monaca di Monza è, si sa, un romanzo nel romanzo: Manzoni comprese di avere tra le mani qualcosa d’importante, e ne aveva dato una versione molto più ampia, in quella sua prima redazione, che chiamiamo “Fermo e Lucia”. È una storia tragica, il Romanticismo europeo ai suoi massimi livelli, che lo scrittore asciuga nella versione pubblicata, lasciando insoddisfatti alcuni lettori contemporanei. La questione tragica è di quelle antiche, a Gertrude tocca un destino che non ha niente a che vedere con le sue inclinazioni, e non c’è cristiana pazienza che la plachi. Lungo il piano inclinato che la porta al momento decisivo della sua storia, troviamo Gertrude fatta maestra delle educande -non una scelta avveduta delle sue superiori. Lei oscilla tra vessazione e condiscendenza, senza mai trovare l’equilibrio tra distanza e vicinanza: ha una forma di potere, ma del potere lei ha subito un’esperienza che glielo ha fatto vivere come arbitrio e costrizione, in totale conflitto con le proprie inclinazioni. L’avere un potere non le basta a trovar quiete, né la rassegnazione alla sua condizione: è un gioco senza senso e soddisfazione, un precario stato d’equilibrio che sarà rotto con l’apparire di un qualunque Egidio. Prima che prendere la piega più squisitamente personale, che riguarda solo e soltanto Gertrude, la sua vicenda è dunque quella del potere fatto solo per replicarsi, che non ha considerazione per ciò che diciamo essere lo specifico umano. Sarà la prima vera scelta, sventurata, a fare umana Gertrude, ed è proprio il nodo che la riguarda -quello spazio indicibile in cui l’uomo si qualifica perché sceglie- a renderla tragica -come la Medea di Euripide, per intendersi- e non dimenticabile.

Quaranta passi da “I promessi sposi”/8

(dal capitolo VII)

” Domani io non verrò quassù; devo stare al convento tutto il giorno, per voi. Tu, Renzo, procura di venirci: o se, per caso impensato, tu non potessi, mandate un uomo fidato, un garzoncello di giudizio, per mezzo del quale io possa farvi sapere quello che occorrerà. Si fa buio; bisogna ch’io corra al convento. Fede, coraggio; e addio.

Detto questo, uscì in fretta, e se n’andò, correndo, e quasi saltelloni, giù per quella viottola storta e sassosa, per non arrivar tardi al convento, a rischio di buscarsi una buona sgridata, o quel che gli sarebbe pesato ancor più, una penitenza, che gl’impedisse, il giorno dopo, di trovarsi pronto e spedito a ciò che potesse richiedere il bisogno de’ suoi protetti.

– Avete sentito cos’ha detto d’un non so che… d’un filo che ha, per aiutarci? – disse Lucia. – Convien fidarsi a lui; è un uomo che, quando promette dieci…

– Se non c’è altro…! – interruppe Agnese. – Avrebbe dovuto parlar più chiaro, o chiamar me da una parte, e dirmi cosa sia questo…

– Chiacchiere! la finirò io: io la finirò! – interruppe Renzo, questa volta, andando in su e in giù per la stanza, e con una voce, con un viso, da non lasciar dubbio sul senso di quelle parole.

– Oh Renzo! – esclamò Lucia.

– Cosa volete dire? – esclamò Agnese.

– Che bisogno c’è di dire? La finirò io. Abbia pur cento, mille diavoli nell’anima, finalmente è di carne e ossa anche lui…

– No, no, per amor del cielo…! – cominciò Lucia; ma il pianto le troncò la voce.

– Non son discorsi da farsi, neppur per burla, – disse Agnese.

– Per burla? – gridò Renzo, fermandosi ritto in faccia ad Agnese seduta, e piantandole in faccia due occhi stralunati. – Per burla! vedrete se sarà burla.

– Oh Renzo! – disse Lucia, a stento, tra i singhiozzi: – non v’ho mai visto così.

– Non dite queste cose, per amor del cielo, – riprese ancora in fretta Agnese, abbassando la voce. – Non vi ricordate quante braccia ha al suo comando colui? E quand’anche… Dio liberi!… contro i poveri c’è sempre giustizia.

– La farò io, la giustizia, io! È ormai tempo. La cosa non è facile: lo so anch’io. Si guarda bene, il cane assassino: sa come sta; ma non importa. Risoluzione e pazienza… e il momento arriva. Sì, la farò io, la giustizia: lo libererò io, il paese: quanta gente mi benedirà…! e poi in tre salti…!”

Per Agnese la questione del matrimonio impedito ha bisogno, come s’è visto nel capitolo precedente, di destrezza e cuore; per fra Cristoforo, passato a riassumere la situazione prima di rientrare in convento, servono invece fede e coraggio. La differenza tra le vedute, posto che su cuore e coraggio esse s’accordano, sta dunque tra fede e destrezza, e non è da poco: la furbizia mondana dell’una, la fiducia in Dio dell’altro.

Ancor più marcata la differenza di fra Cristoforo rispetto al compendio motivazionale che Renzo espone in questo passo: lper quest’ultimo, l’aiuto verrà da pazienza e risoluzione, cioè dalla costanza per trovare il momento in cui vendicarsi di don Rodrigo, e dalla fermezza nel farlo. Fra Cristoforo lo ha mostrato nel capitolo VI: ad un certo punto dello scontro con don Rodrigo, semplicemente egli si zittisce e abbandona la presa, dichiara la sua resa di fronte al sopruso; Renzo sta all’estremo opposto, quello in cui non si cede all’arbitrio, ma si prepara la rivalsa. Sia fra Cristoforo che Renzo pensano che le loro azioni s’inscrivano in un piano di giustizia: ma per il giovane si tratta della propria personale, per il cappuccino di una prospettiva più ampia.

Per il momento, pare che prevalgano gli impulsi alla destrezza, al dare un’impronta agli eventi per piegarli ad un fine, e Renzo riesce ad estorcere il consenso alla macchinazione per il matrimonio a sorpresa ad una Lucia sulle cui ragioni di ritrosia Manzoni si permette un dubbio: ma questi son capitoli d’avvio, le grandi questioni si stanno mettendo in moto, e tutti i protagonisti, gettati in un mondo diverso, scopriranno meglio se stessi e la tenuta delle loro motivazioni.

Quaranta passi da “I promessi sposi”/6

(dal capitolo V)

“Impiccarli! impiccarli!; e salterà fuori grano da tutte le parti.

Chi, passando per una fiera, s’è trovato a goder l’armonia che fa una compagnia di cantambanchi, quando, tra una sonata e l’altra, ognuno accorda il suo stromento, facendolo stridere quanto più può, affine di sentirlo distintamente, in mezzo al rumore degli altri, s’immagini che tale fosse la consonanza di quei, se si può dire, discorsi. S’andava intanto mescendo e rimescendo di quel tal vino; e le lodi di esso venivano, com’era giusto, frammischiate alle sentenze di giurisprudenza economica; sicché le parole che s’udivan più sonore e più frequenti, erano: ambrosia, e impiccarli.”

In uno dei racconti de “Le sere di Mulliner”, Jerome K. Jerome nota l’agilità mentale della compagnia che si riunisce all’Anglers’ Rest, capace di passare, nel corso di una discussione, dal destino ultimo dell’anima al modo di cucinare una pietanza.

Il tono, in quei testi, è incantevolmente svagato; tutt’altra cosa dalla conversazione che si svolge nella sala da pranzo di don Rodrigo, connotata di grevità sempre più marcata man mano che si procede. Il lettore vi si accosta accompagnando l’ingresso di fra Cristoforo, venuto a tentare un colloquio per risolvere la questione del matrimonio impedito: squallidi appaiono i dintorni, squallido il palazzo, forzata e triste la conversazione, sempre più etilica, dei commensali.

Al lettore d’oggi le parole del podestà, dell’Azzeccagarbugli, del conte Attilio emanano l’afrore delle trollate in cui capita d’imbattersi, su Facebook o su Twitter, tra gare a chi la dice più grossa, esibizioni insulse di cultura o affettate dichiarazioni di partigianeria politica.

C’è tanto frastuono, in questo capitolo,e il frastuono, come suole, converge in un centro di silenzio, che è quello dei due reali protagonisti, laconici: don Rodrigo e fra Cristoforo, gli unici che hanno davvero qualcosa da dirsi,e da dire: ma lo faranno in un’altra stanza.