non siamo soli

Tarda mattinata, la mia città, semaforo che da viale Libertà immette su viale Dante. Mi fermo sulla corsia più esterna. Passa un attimo, arriva all’interno un’auto blu di quelle tedesche che fanno a Stuttgart. Getto lo sguardo, a bordo sta un signore della mia età, con la camicia a maniche arrotolate e cravatta lenta. Ci conosciamo dai tempi del Liceo, lui ha fatto Giurisprudenza e poi è entrato in azienda.

Mentre il tempo della storia è rimasto sospeso (ma non quello del racconto), mi ha riconosciuto pure lui. Mi saluta, con un cenno del capo. Annuisco. Abbiamo i finestrini abbassati entrambi, mi fa:

-Ti ho letto, sai. Vorrei dirti una cosa.

-Quanto lunga?

-Perché?

-Sta per venire il verde. Se vuoi, me la dici al bar, ci prendiamo un caffè.

-Va bene. Ci fermiano a un bar qui vicino.

Vicino, a quest’ora,  vuol dire che arriviamo fino a via Oberdan, per parcheggiare le auto. Entriamo al bar vicino alla banca.

-Ti ho letto, sul blog. La cosa dei compleanni e delle generazioni.

-Grazie.

-Ci ho pensato, sai. Hai un po’ ragione, un po’ torto.

-Grazie, ancora. Di solito, mi dicono che ho torto. Se poi vien fuori col tempo che ho anche ragione, di solito si dimenticano di dirmelo.

-Vabbè. Hai ragione, sai: la nostra generazione, ci hanno comprati. Ma hai torto a pensare -e si capisce che lo pensi, sai- che sia stato male.

-Dimmi, m’interessa molto.

-Senti un po’. Ti riassumo la mia vita -ma la conosci (diciamo che lo faccio soprattutto per finzione narrativa ad uso dei tuoi lettori, del resto sei autorizzato in quanto autore, a fare un po’ come ti pare): laurea, azienda dopo la laurea, carriera, matrimonio, tre figli. Casa con mutuo, quasi finita di pagare; casa al mare con mutuo, pagata; vacanze belle, viaggi, vestiti, mobili, auto, le scuole per i bambini. Il divorzio, gli alimenti, la signora che mi tiene la casa adesso, un po’ di spese per la vita da single postdivorzio -adesso per inciso mi sono calmato. Bene, e la tua, di vita? Tanto diversa?

-Beh, sul piano evenemenziale, alcune cose diverse. Poi, immagino, i soldi, un po’ di meno. Forse un po’ tanti di meno, non so.  La casa al mare non ce l’ho…

-Certo, certo. Ma sostanzialmente diverse?  Per dire. Bravo e studioso come sei sempre stato, sei felice?

-E che domande sono? E’ un post di Moccia prima maniera, questo (ovvio che non l’ho detto, ma fa parte delle concessioni di cui sopra)? Ma ti rispondo. Non è sulla felicità che misuro quanto la mia vita sia piena di senso…

-…il che, detto in sintesi, vuol dire che sei più o meno insoddisfatto come me. E dunque: se tanto ho da essere insoddisfatto e irrealizzato, meglio esserlo con un po’ di comodità in più, adesso e anche per la vecchiaia, ammesso che ci si arrivi. Senza offesa.

-E figurati. Che offesa è? Ora, però, non so dirti, ma, per quanto tu sia convincente (qui non invento: mannaggia, io parlo effettivamente così, con le concessive ed il congiuntivo, che ci volete fare), c’è qualcosa che non mi convince del tutto. Ma non saprei ora dirti cosa.

-Beh, pensaci. Magari mi chiami e mi sai dire.

E non scherza.

Vado a prendere i bimbi, viene ora di pranzo, viene il pomeriggio, le cose che si fanno, i pensieri vari, ma sapete com’è, c’è il tarlo ed il tarlo rode, ed insomma cerco di mettere a fuoco quello che avrei voluto dire e non sapevo che fosse.

Arriva sera e la cosa mi viene in mente, come al solito in un contesto improvvisato (nella fattispecie, mentre verso dell’olio extravergine di olive pugliesi sui petti di pollo fumanti di piastra). Dopo cena (il petto di pollo freddo fa schifo, converrete), lo chiamo:

-Ciao. Ti è venuto in mente, allora, cosa volevi dirmi?

-Sì. C’è una differenza, sai. Io, l’infelicità, ho lasciato lo spazio che ci fosse. Non me la sono nascosta.

-E allora?

-L’ho coltivata, perché avesse qualcosa da dirmi. E sbagliavo.

-Perchè?

-Pensavo che avesse da dire qualcosa a me, e che questo mi rendesse speciale. Abbi pazienza, il solito snobismo intellettuale. Ma non è così. Ha qualcosa da dire, ma non solo a me: a noi. E io non ho privilegi. L’ho coltivata, le ho lasciato spazio, ma adesso, se vogliamo farne qualcosa, la dobbiamo ascoltare insieme.

-Noi due?

-Noi due, e altri ancora. Non so perché, ma non credo che siamo soli.

-No. Non credo neanch’io. Non siamo soli.

desideri, bisogni, compleanni e generazioni

Il treno delle 8 per Venezia non traboccava, ai miei tempi, di filologi (classici o romanzi che fossero) in erba, né di fini interpreti di Hegel ai primi passi, piuttosto di un esercito di economisti (economisti aziendalisti meglio ancora). E le chiacchiere che si diffondevano tra gli scompartimenti -quelle sul calcio a parte- sapevano, prevalentemente, di quanto bello sarebbe stato andare a lavorare in Benetton -qui pure gli studenti in lingue si associavano, nell’auspicio di viaggi all’estero- o in Arthur Andersen a fare il controller. Ce n’era anche per noi umanisti nerd però, se ci si redimeva sulla via del marketing (ciò che in effetti accadde a molti ed anche per poco pochissimo non capitò al sottoscritto).

Di politica non ho mai sentito parlare su quel treno, sui suoi corrispettivi del ritorno, e nemmeno nella tratta Venezia Mestre-Padova (e ritorno) con la quale io completavo il mio viaggio. Ma portate pazienza, in televisione c’era la pubblicità della Milano da bere, a Drive In su Italia Uno il ritornello era “piatto ricco mi ci ficco” ed i film che andavano erano Wall Street (tanto l’epilogo era solo epilogo, buono ed ipocrita il giusto per quei falsi bacchettoni di puritani Wasp reaganiani, no? e di gran lunga Gordon Gekko era molto più interessante di quel fessacchiotto dell’apprendista stregone) o Una donna in carriera.

Insomma: generazionalmente -e mi perdonino quanti tra noi non mollarono il colpo, tennero duro, intuirono nuovi orizzonti, ma d’altra parte fate conto che pure io che scrivo lo sto facendo non proprio da dentro la corrente, pure se di questo non credo sia da darmene vanto-, ci hanno comperati con un po’ di beni di consumo, Baudrillard del resto lo stava scrivendo (ma lo stavamo a badare? al massimo lo citavamo, si citava di tutto allora, tutto era citazione), che noi consumatori postmoderni realizzavamo l’upgrade della società terziarioavanzata che  abbandona il bisogno per centralizzare il desiderio -mutevole, cangiante, riproducibile e capriccioso, va da sé.

Ci hanno comperati e ci siamo venduti, generazionalmente e senza offesa per nessuno. E adesso che i conquantacinquenni saggi guardano la loro generazione di sedicenti immortali (come fa il mio amico Francesco Stoppa nel suo bellissimo La restituzione -un libro del quale giustamente si parla e si parlerà) svelando che il loro Tutto e subito aveva per corollario anche Per sempre e solo per noi (e pure qui scusate la generalizzazione, l’ingenerosità verso i singoli etc. etc.), pensando (senza essere né saggio né senza macchia né senza paura) alla mia generazione di quarantenni pasticcioni, pasticciati, incasinati in relazioni umani precarie, in matrimoni e convivenze equilibristici e a scadenza (dai quali usciamo con ebeti sorrisi di nonchalance e crepe interne momentaneamente cartongessate), affannose rincorse alla tecnologia così naturale per i nostri pargoli ed a nuovi saperi, ecco, pensando tutto questo e guardando oggi mio figlio che compie dieci anni, mi auguro che la parte del gioco che ci tocca -e che ancora non giocammo- ci tocchi adesso, e stia nel fare quello che un altro mio amico, Giorgio Jannis (per fortuna ho degli amici sveglissimi) pone ad esergo del suo blog.

I gangheri, cioè i cardini. Cioè, quelli che consentono il transito da una parte all’altra (mica dovrò spiegare oltre, no?).

Non certo oggetti di desiderio, ma cose di cui c’è bisogno.

nella testa della stessa persona

(Ci abbiamo lavorato oggi, a lezione)

Tito Livio, in qualche modo forse imparentato con Ottaviano stesso, comincia la sua opera monumentale  dicendo(si): la storia di Roma è grande, le sue origini sono mitiche, pazienza se sono un po’ esagerate, Roma è la padrona del mondo e quindi si può concedere qualche esagerazione (e qui si capisce perché Machiavelli, a proposito dell’uso delle posizioni di forza, guardasse tanto a Livio).

Comunque, procede Livio, adesso vi racconterò una storia meravigliosa, con grandi e sobri inizi, all’insegna della povertà e della parsimonia; poi, poco a poco c’è stato un decadimento nel lusso, portato da fuori (e ci mancherebbe…), fino ai nostri tempi nei quali…nei quali…

….e ci aspetteremmo: nei quali è arrivato Ottaviano ed ha rimesso le cose a posto. E invece, no: nei quali, dice Livio, non siamo capaci nè di reggere ai mali, né di sopportarne i rimedi.

Però. Insomma, nella stessa testa, due codici culturali, in conflitto tra di loro. Da una parte, la propria formazione, di cittadino colto della res publica, che non può che interpretare come decadimento le guerre civili e le loro conseguenze (Ottaviano, insomma); dall’altra parte, l’automitologia di un presente sfacciato, vincente ma ancora in corso di costruzione, che, non potendo fare appello ad altro per giustificarsi, si richiama ai mitemi delle origini, al luogo insomma dove si fonda l’identità, da prendere come valore autosufficiente e liquidatore di ogni dubbio residuo.

Tutto nella testa di una stessa persona.

Come oggi.

Pordenone: per chi voto e perché

Per chi mi conosce non è chissà che novità, ma insomma, per ragioni fondamentalmente connesse all’andamento del lato naoniano di Facebook, mi è parso di raccontare la visione di città per la quale  ho deciso di condividere l’avventura di Claudio Pedrotti.

 

IL MOMENTO DI PROVARCI

Esco dalla cucina e trovo Benedetta già in salotto, fa il suo buffo (lo chiamo così perché in fondo è il mio) broncio davanti al suo tablet. Mi vede: -Sto rispondendo ad una commento di Laura sulla prima pagina del libro di Villalta, non sono mica tanto d’accordo con lei, intanto le scrivo e poi ne riparliamo a scuola, con lei e Costanza. Tu lo stati leggendo, no? Ma non ho letto tuoi commenti. Ci stai pensando su, come al solito? O ti sei dimenticato di scrivere, e non sarebbe una novità? -Ci sto pensando su, dai- le rispondo, quando mi lascia il modo di farlo, ed intanto entra in cucina Andrea, -Guarda qui, Sergiomi ha segnalato questo sito nuovo di inchieste civiche condivise, con le tag cloud che servono per l’affinamento dei temi cruciali, ne voglio parlare in classe. Guardo il suo tablet, intanto Daniela sta finendo di sistemare la presentazione di stamattina, va in un’azienda della zona del mobile a tenere un gruppo sugli scambi di saperi tra le generazioni. Usciamo, i due studenti di casa con le loro bici, io ad aspettare la navetta per il Centro Studi. Consulto intanto il portale civico…traffico regolare, un paio di offerte particolari nei negozi del centro, le ricerche di personale qualificato, i giudizi del pubblico sulle mostre in corso, i bandi per l’innovazione d’impresa in scadenza. Arriva la navetta, ci trovo i colleghi con i quali condivido il viaggio quasi ogni mattina, leggiamo e commentiamo le notizie del giorno. A scuola, lavoro con i miei allievi sul Somnium Scipionis di Cicerone. Ciascuno cerca sul Perseus Project i lemmi rilevanti, discutiamo insieme e e valutiamo quali proposte fare al sito della Tufts per i contributi dei lettori in merito alle interpretazioni sintattiche, cerchiamo riferimenti iconografici e tematici, lavoriamo su documenti collaborativi per riassumere gli argomenti fondamentali. Alla fine, controllo che il video della lezione sia caricato sul server della scuola, poi vado in aula insegnanti. Mi metto in videoconferenza col Consorzio Universitario e con alcuni colleghi delle scuole primarie, delle medie, delle altre scuole superiori, per discutere del progetto sulla storia e la memoria delle eccellenze nel lavoro nel nostro territorio. Una twittata di mio padre, m’informa che sul blog di quartiere stanno discutendo con l’assessore all’ambiente dei nuovi orari per la raccolta differenziata, mi dice che vorrebbe avviare un sondaggio e mi chiede qualche chiarimento tecnico, prima d’incontrare i ragazzi di Scienze Multimediali che stanno sviluppando un progetto di formazione per leoni della terza età come lui vogliosi di social network. -Senti- aggiunge -dirai che sono proprio vecchio, ma faccio ancora a fidarmi di questi cloud computer, che vuoi, sono affezionato ad avere in un mio disco fisso le mie cose. Ci salutiamo, esco, per la pausa pranzo vado in libreria. C’è lettura condivisa di Danubio di Claudio Magris, con i librai che poi si mettono a disposizione per scaricare gli ebook di Magris o per trovare le edizioni a stampa dei suoi libri, e per implementare il blog del gruppo di lettura. C’è Gianni, a presentare i testi di oggi, ha avuto Magris come docente, come al solito c’è un sacco di gente a sentire, suggerire, proporre, scaricare, comprare. Esco, il sole di questa primavera scalda piazza XX settembre. C’è l’ordinata confusione dei lavori in corso, stanno allestendo il palco e le postazioni per stasera e domani, c’è l’appuntamento di questo mese di scuola della città. I ragazzi delle start up d’impresa preparano i loro piccoli stand, in mezzo a tutti c’è l’ex sindaco Sergio, figurarsi se non torna a Pordenone per questi appuntamenti, quando può, e se non gironzola a chiedere impressioni e a dare consigli. Condividere narrazioni, il tema della scuola, con storie e progetti e visioni sui luoghi dello stare insieme a Pordenone, sui modi di condividere insieme e costruire Pordenone. C’è movimento di bambini, uomini e donne d’azienda, operai, artigiani, giovani e promettenti costruttori di concreti immaginari, l’ospite che viene è Martha Nussbaum, si è fatto a gara per avere l’onore d’intervistarla, e sul mio tablet continuo a vedere aggiornate le discussioni sui suoi libri, le messe a fuoco delle questioni, delle domande che possono cogliere un filo nuovo nella lettura della città. Mi raggiunge mia figlia. Proprio sotto la scalinata della biblioteca vediamo due ragazzi, lei e lui, un po’ spaesati, chiaro che non sono di qui. Mi avvicino a loro. Lui sta indicando a lei qualcuno, lei segue dubbiosa il suo indice. -May I help you? dico, e lui mi chiede -The man in the front of the theatre, Mr Pedrotti, isn’t he? -Pedrotti who?- rispondo sorridendo, e pure loro sorridono al ricordo dell’aneddoto sul modo con il quale il Sindaco della mia città di è presentato. Poi mi suona il telefono. E’ Daniela. -Abbiamo appuntamento davanti alla sede di Google Naonis, ti sei dimenticato? Mia figlia mi guarda. -Ti sei dimenticato, ancora? Ma vogliamo imparare? -Hai ragione. E’ il momento di provarci.

epea pteroenta

Le parole pesano!

Ho letto stamane, per l’ennerrima volta,  e capisco in che senso lo si dica, lo si sia detto, lo si dirà, ma io sono grecista e filologo, e questo senso molto moderno rimanda al “peso” michelstaedteriano, quello delle cose che pesano e non posano e trascinano al fondo; la lezione omerica, che si staglia nell’immagine delle epea pteroenta, cioè alate, intende invece quello che  pure nel proverbio in questo caso oltrecchè saggio anche dotto è passato: verba volant, scripta manent, le parole di bocca in bocca volano, proprio per la loro calviniana (non calvinistica) leggerezza, ch’altra cosa è da vanità.

E volano non disconnesse e frastagliate e lemmatizzate, ma associate chomskianamente nella sintetica nessuosità di un nodo sintattico…

Troia’s Discount

Sabato sera sono stato qui: una messa in scena tosta della storia di Eurialo e Niso da parte del duo Ricci-Forte. I responsabili del Css hanno avuto la bontà di invitarmi per una conversazione dopo lo spettacolo, per esporre il punto di vista del classicista sui temi mitici agitati e rivisitati, ed anche per parlare di “Classici Contro“,  la bella idea di Alberto Camerotto e Filippomaria Pontani.

Bene.

Lo spettacolo è stata una riesplorazione intensa di una vitale storia antica, e la vitalità sta tanto dalla parte del modello mitico -l’amicizia tra Eurialo e Niso, la fedeltà reciproca, Enea sullo sfondo, la consistenza delle tre figure femminili innestate (Creusa Lavinia Didone)-, quanto dalla parte della narrazione moderna -i contesti lumpen di una periferia borgatara pasoliniana e tondelliana, lo svilimento dei corpi delle menti delle speranze in merci, la disperata ricerca di un amore che si confonde e perturba nei sentieri del desiderio, con passaggi lucenti (Creusa che brandisce un ferro da stiro…) ed una scintillante conclusione: la disperazione per la perdita del destino, la condanna della modernità.

la scuola, l’acqua, lo champagne

Quello che Mariastella Gelmini dichiara al pubblico in merito alle cose di scuola è tendenzialmente abbastanza noto, ed insomma quello che ha dichiarato ieri sera al programma di Fabio Fazio è per me -come per molti altri “addetti ai lavori”- non sorprendente. Che giudizio se ne abbia, non è conto, qui.

E’ invece stato, per me, più istruttivo prestare attenzione alle domande di Fabio Fazio, e, ad un certo punto, ai riferimenti conversazionali. In particolare, uno mi ha dato da pensare…

…ed è stato qua l’uomo televisivo ha tirato fuori la similitudine dell’acqua. Aveva in mente, lui, la questione dell’acqua pubblica, e gli è venuta una cosa così: beh, bisogna garantire la scuola pubblica come l’acqua pubblica, poi se uno vuole si cerca l’acqua minerale. L’acqua minerale, immagino (il contesto comunicativo era inequivocabile) era la scuola privata, ed insomma per Fazio la scuola pubblica è l’acqua pubblica e la privata è qualcosa di meglio, ma chi vuole se la paghi.

Mica tanto, caro Fazio. Non tiene, il tuo paragone con l’acqua: la scuola pubblica (della privata qui non è argomento) è l’acqua, ma anche l’acqua minerale, ed anche lo champagne, ed è anche -se mi passi questo riferimento di valorizzazione territoriale- il Cabernet di Gravner che una volta che l’hai bevuto hai avuto accesso ad un altro livello di esperienza del reale…ed è qui che sta la differenza tra la scuola e tante altre cose.

Una differenza non da poco.

ultimo giorno di consiglio comunale

E’ il mio ultimo giorno di una scuola un po’ particolare, quella dei cinque anni di consigli comunali a Pordenone. Salterò il consiglio che verrà probabilmente indetto per lunedì prossimo, e sarebbe (se lo sarà) il terzo in cinque anni (le altre due assenze: malattia la prima, lavoro la seconda).

Sono stato consigliere di maggioranza, il che significa stare dalla parte che usa meno due strumenti -le interrogazioni e le mozioni- che fanno parte delle forme di partecipazione più proprie delle opposizioni. In un comune piccolo come Pordenone, però, al di là di questo (e pure al di là dell’appartenenza di lista, o politica) il consigliere comunale si ritaglia un ruolo legato molto alle sue caratteristiche e ai suoi interessi e talenti personali.

Per mio conto, di questi anni la cosa che più mi ha segnato è stata la mozione per avviare il percorso per la concessione dei benefici della “legge Bacchelli” a Federico Tavan. E’ stata una gioia, un anno dopo la presentazione in aula della mozione (in una serata memorabile avviata da Ida Vallerugo, Pierluigi Cappello e Aldo Colonnello -un trio formidabile), sapere che, a valle di una catena d’interventi e d’interessamenti (molti dei quali intessuti da Gianni Zanolin, dal quale oggi mi può allontanare qualche punto di vista politico, ma non certo l’amicizia), nell’autunno del 2008 Federico ha ottenuto quel beneficio. Gioia, certo, per un provvedimento che rende meno pesante la vita di quello che è stato il chiaroscurale folletto di Andreis -meno pesante, ma non certo quella ch’era stata. Più da vicino, ho dato il mio contributo per direfare.pn.it, un progetto per pensare la città di domani creando nuovi legami, valorizzando nuovi punti di vista.

Ho visto, in questi anni, alcuni temi forti: la questione dell’ospedale, a tutt’oggi appesa all’alea di finanziamenti regionali e d’individuazione di aree; il percorso del Wireless Civico (un’infrastruttura che si sta allargando per la città, e che può diventarne un luogo di costruzione del futuro); l’evoluzione, pezzo per pezzo, della città in città della conoscenza, con spazi per la cultura che rappresentano una delle grandi sfide per il futuro; la stipula di accordi di area per l’ambito socioassistenziale; il complicato percorso per la definizione degli spazi edificati ed edificabili; l’affermarsi, trasversale, di una sensibilità ambientale più marcata;   l’affievolirsi, nel corso degli ultimi anni, del tema della sicurezza in luogo di quello, purtroppo più impellente, del lavoro.

Stando qui dentro ho imparato meglio, credo, cos’è la mia città e come se ne prospetta il futuro, il che vuol dire, mi pare, che il luogo rappresenta un significativo indice di quello che avviene. Non è un luogo statico, del resto: adesso, mentre scrivo, più di metà dei consiglieri è collegato alla Rete tramite Wireless Naonis. E credo di potere dire che la Rete, specie nel configurare le relazioni tra Comune e cittadini, e tra rappresentanti politici e cittadini, sarà sempre più importante. Siamo ancora agli inizi, la campagna elettorale che si è già avviata e che sta vivendo in Rete alcuni passaggi importanti è solo un assaggio. Di questo, si può essere sicuri.

 

 

umori odori colori dell’aula consiliare

Penultimo consiglio comunale di questo mandato. Butto occhiate ai  dettagli dell’aula -le tavole di Pizzinato, le due telecamere fisse che mai ho visto funzionare ai lati dell’arcata centrale, le due altrettanto mai viste attive alle mie spalle, i medaglioni con gli stemmi ai lati del bianco lenzuolo dello schermo avvolgibile, il tabellone elettronico per le votazioni e gli interventi, le due piantane per gli abiti, i capannelli mai casuali aggregati d discussioni sui massimi, medi e minimi sistemi- ed assumo sensazioni d’altra specie -il compatto rugore della superficie gommosa del tavolo davanti a me, la lucida levigatezza del bordo del tavolo stesso, il caricarsi degli umidi odori dopo ore di consiglio, le distorsione delle voci al microfono, le stagioni intuite oltre i vetri spessi dell’aula.

Lo so già, più ancora degli argomenti qui trattati, dei momenti di passione e di noia vissuti, resteranno in mente questi dettagli.

doppiare boe

Certo, hanno un nome scolastichese, ma è roba di scuola e dunque che male c’è? Li abbiamo fatti questa settimana, gli allievi del penultimo anno del mio Liceo si sono divisi per aree di interesse e hanno partecipato ad incontri, presentazioni, visite per farsi venire qualche idea in più in merito alle loro scelte future.

Io, con Roberto Cescon, ho seguito la combriccola degli umanisti, che pensano a Lettere, Filosofia, Storia, Pubbliche Relazioni, alla stravituperata Scienza delle Comunicazioni (ma vi ricordate, ed era appena il 1993, quando era una facoltà selettiva e ci andavano i bravissimi ? ci sarebbe da scrivere sopra una storia dell’Italia di questi anni…).

Son stati giorni. Il racconto delle cose d’editoria dal di dentro, di Federica Manzon e Alessandro Canzian, di cosa significhi fare cultura sul territorio, con Valentina Gasparet, gli scenari della trasformazione digitale nelle parole del guru gangherolo, le nuove vie dell’informazione nelle lucide analisi di Sergio Maistrello, una lezione di rigore che, dalle più immediate ed accessibili esperienze quotidiane porta alle vette dell’astrazione filosofica con Enrico Tommaso Spanio

Ci siamo salutati, stamattina, per riprendere da lunedì i nostri cammini nelle classi, sapendo che un’ideale boa è stata doppiata, adesso. Sapendolo loro, naturalmente, è la loro boa, il loro percorso, ma avere l’onore  (che altra parola si dovrebbe usare?) di accompagnarlo e vederlo sbocciare, e il dovere di fare pulito il terreno per questa fioritura -beh, insomma: è un bel segnale in un sabato di febbraio, bello come lo screziarsi delle luci di questa serata.