Quando si entra in Works, si ha la sensazione di varcare il cancello di un capannone: niente retorica d’ingresso, nessuna insegna luminosa. Un portone grigio, bulloni a vista, e dietro una lunga serie di turni, mansioni, licenziamenti, ripartenze. Il lavoro, per Trevisan, non è mai una categoria astratta, ma l’elenco testardo dei lavori concretissimi che ha fatto: magazziniere, muratore, gelataio in Germania, disegnatore tecnico, portiere di notte: una “prima vita” segnata dal passaggio da un’occupazione all’altra, sempre per necessità, mai per vera vocazione.
Qui sta già una prima forma di antropologia del lavoro: l’uomo non come “cittadino produttivo” in senso nobile, ma come detentore di competenze pratiche, fisiche, relazionali, sufficienti a “stare dentro” al mondo del lavoro senza mai davvero appartenervi. Si lavora non perché lo si desidera, ma perché bisogna “guadagnarsi da vivere, punto”. Tutta la retorica del lavoro come autorealizzazione viene corrosa dall’interno, giorno dopo giorno, busta paga dopo busta paga.
Questa serie di impieghi, che potrebbe sembrare caotica, in realtà costruisce una precisa figura antropologica: l’individuo flessibile prima che la flessibilità diventasse parola d’ordine, il soggetto che dice sempre sì a qualsiasi lavoro, perché l’alternativa è la deriva – il “diventare barbone” che Trevisan contempla senza mai trovare il coraggio di sceglierlo davvero. È un’umanità che non si riconosce nel mito dell’imprenditorialità di sé, ma nemmeno riesce a sottrarsi alle logiche di un Nordest che pretende disponibilità assoluta e in cambio offre precarietà cronica.
Su questo sfondo, Works è anche – e forse soprattutto – una straordinaria antropologia del paesaggio. Non c’è un “ambiente” neutro in cui il lavoro si svolge: il paesaggio del Nordest è una creatura del lavoro stesso. Capannoni, lotti industriali, villette addossate alle zone artigianali, strade di scorrimento, rotonde tutte uguali: la scrittura di Trevisan registra il territorio quasi come una mappa topografica deformata dalle esigenze della produzione.
La critica ha parlato, non a caso, di “scrittura geografica”: il lavoro disegna il mondo, lo corrode, lo occupa. Le stesse dinamiche che sfruttano i corpi – profitto sopra tutto, sicurezza e dignità sempre in secondo piano – sono quelle che deturpano il paesaggio del Nordest: il rispetto per il territorio, come i contratti stabili, viene continuamente sacrificato. Il risultato è una periferia diffusa, una “Los Angeles senza il cinema”, fatta di luci al neon, parcheggi vuoti, insegne spente: un paesaggio che sembra promettere movimento, e invece custodisce stanchezza e frustrazione.
Trevisan, da questo punto di vista, non è semplicemente il narratore di una vicenda biografica, ma lo spettatore malinconico di un naufragio: quello del Nordest e quello di se stesso, che in quel territorio è cresciuto e si è consumato. Il libro diventa allora anche una “radiografia” di un certo capitalismo provinciale italiano: efficiente, vorace, feroce, ma incapace di trasformarsi in vera comunità di lavoro. Le figure che affiancano il protagonista sono spesso comparse, non compagni: nei tanti lavori attraversati, raramente ci sono colleghi che diventino davvero “classe”.
Eppure Works non è solo invettiva. Dentro l’invettiva scorre una domanda ostinata: che cosa resta di un uomo quando la sua vita è fatta di lavori che non lo rappresentano? La risposta non è consolatoria. Resta un corpo stanco, una mente piena di turni e orari, ma anche una sorta di sguardo eccedente, laterale. È da questo sguardo che nasce la “seconda vita”, quella della scrittura: Works è insieme bilancio della prima vita salariata e smisurato autocommento alla propria opera, tentativo di rimettere ordine nel caos degli anni precedenti.
In filigrana, si potrebbe dire che questa antropologia del lavoro e del paesaggio è una grande domanda politica, formulata però in forma narrativa: che tipo di società costruiamo quando il lavoro serve solo a sopravvivere, e il territorio è trattato come materiale di consumo? Le pagine di Trevisan non offrono risposte programmatiche, ma costringono a tenere insieme ciò che spesso separiamo: la storia di un singolo, la storia del lavoro, la storia di un pezzo d’Italia che ha creduto di potersi salvare solo lavorando di più e costruendo di più.
Alla fine della lettura, almeno per come la sento io, resta una doppia inquietudine: riguardo al lavoro – quanto di noi abbiamo sacrificato a occupazioni che non ci somigliano – e riguardo ai luoghi – che cosa dice di noi questo paesaggio di capannoni invecchiati male e strade sempre uguali. Works ci ricorda che non esiste antropologia del lavoro senza un’antropologia del paesaggio: ogni turno, ogni licenziamento, ogni “lavoretto” lascia un segno non solo sulle biografie, ma anche sul mondo che abitiamo. E forse, per iniziare a cambiare qualcosa, bisogna avere il coraggio di guardare entrambi quei segni senza distogliere lo sguardo.
Il flusso delle parole procede spesso per accumulo, come se il fraseggio seguisse il respiro affannato di chi racconta dopo il turno, non quello ordinato di un resoconto amministrativo. Periodi lunghi, elenchi, riprese, ripetizioni deliberate: la sintassi sembra masticata, rilavorata, continuamente sul punto di traboccare. È un flusso che non vuole essere elegante, ma esatto nella sua irregolarità, come una superficie di cemento mai del tutto liscia.
Dentro questo ritmo, gli incisi giocano un ruolo decisivo. Le parentesi, le frasi spezzate, le precisazioni improvvise, le auto-correzioni: sono come piccole digressioni mentali che emergono mentre si parla, non mentre si “comunica”. Ogni inciso apre una fessura: entra il dubbio, la memoria di un altro episodio, una nota laterale, una stizza, una constatazione amara. Più che un testo “rifinito”, Works dà spesso l’impressione di una conversazione interiore stenografata, in cui l’autore non cancella gli scarti, ma li lascia lì, visibili, come parte del problema. È anche così che l’antropologia del lavoro diventa antropologia dell’attenzione: il lettore è costretto a seguire deviazioni, ritorni, esitazioni, cioè quel movimento mentale che la comunicazione efficiente tende a sopprimere.
In più di un passaggio, Trevisan distingue in modo netto tra “comunicazione” e “conversazione”. La comunicazione, per lui, è la parola dei nostri tempi: un sistema di tecniche che trasforma qualsiasi contenuto in merce, in qualcosa da vendere – un prodotto, un’opinione, una visione del mondo. Da questa industria della comunicazione, dice, escono “giovani mostri” addestrati a manipolare il linguaggio perché ogni scambio diventi una strategia persuasiva, un’operazione di marketing, mai un incontro gratuito.
Works è scritto esattamente contro questo modello. Lì la comunicazione è sempre funzionale, gerarchica, orientata al risultato. Riduce la persona a nodo di una catena: “risorsa”, “addetto”, “collaboratore”. Dentro la fabbrica, il cantiere, l’ufficio, la comunicazione non serve a capire chi hai davanti, ma a garantire che il meccanismo giri. È la stessa logica per cui anche le biografie diventano un “prodotto”, un memoir di formazione da impaginare bene, un racconto su cui “fare soldi sul proprio fallimento”, come Trevisan dice ironicamente in un’intervista.
La conversazione, invece, è per Trevisan un fatto umano, fragile, quasi anacronistico: una pratica di relazione che non parte dal desiderio di imporre o vendere qualcosa all’altro – neppure una verità o una sensazione – ma semplicemente di esprimersi e di essere ascoltati. È in questo senso che Works è stato letto come una lunga conversazione con il lettore, una testimonianza che rinuncia all’“autorità” dell’autore e non vuole imporre nulla, ma solo mettere a disposizione un’esperienza. Tutto quello che nella comunicazione deve essere levigato, accorciato, reso efficace, nella conversazione di Works viene lasciato grezzo: gli incisi, le digressioni, le ripetizioni, i ripensamenti sono i punti in cui il libro resiste alla logica della merce e dell’efficienza.
Se comunicare, nel mondo di Works, è un trasferimento di contenuti dentro un circuito produttivo (dell’azienda, dell’editoria, dei media), conversare è il tentativo di sottrarsi a quel circuito e di rimettere al centro la relazione, anche solo tra io narrante e lettore. In un contesto dove tutto – lavoro, paesaggio, perfino il racconto di sé – rischia di diventare “materiale” da usare e consumare, la conversazione è l’ultima forma di gratuità: un parlare che non serve a niente, nel senso in cui il mercato intende il “servire”, ma che serve a dire “io ci sono stato, questo è quello che ho visto, così mi ha fatto”.
E forse il libro nasce proprio da qui: dall’urgenza di dire almeno una volta la propria vita di lavoro non come “contenuto” ben confezionato, ma come conversazione rischiosa, interminabile, con qualcuno che – dall’altra parte della pagina – accetta di stare ad ascoltare senza comprare niente.